Pagina:Ardigo - Scritti vari.djvu/140

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134 Scritti vari

Il meschino Ignorante suddetto argomentando nel dialogo-testamento in discorso contro la mia etica positiva e contro il mio principio, che è l’idealità schietta e disinteressata che conferisce il vero suo carattere distintivo all’azione umana e morale, come tale, che sempre, se anche il più delle volte debolissimamente (anche se come semplice protesta contro la deliberazione antiideale) concorre alla produzione dell’atto (vedi Ps. pos. pag. 329, 330) per combatterlo, mette fra le idealità morali anche il rubare, e mi fa dire che il rubare io lo legittimo e lo lodo, e che per esser logico dovrei essere un ladro anch’io. Oh! ingegno fino di Monsignore! Così per argomentare contro uno scrittore d’arte e contro il suo principio, che è inspirandosi alle idealità estetiche che si arriva a produrre il bello, egli, seguendo la medesima logica, metterà fra le idealità estetiche tutte quante le cose brutte, per cavarne la conclusione che quello scrittore lavora a danno dell’arte.

Ma, se non la scienza, sarà però almeno la morale il forte di monsignore. E sono invero molto commoventi le riflessioni della conclusione già citata, relativa alla morale mia. Eccole: La filosofia positiva rovescia... l’etica ed ogni legge morale, ed apre così la via ai più turpi disordini, a tutte le iniquità... Guardi (l’autore della Psicologia Positiva) alle tristi conseguenze che ne verrebbero alle famiglie, alla società, a quella gioventù, che gli è affidata da istruire, se le sue dottrine fossero accolte e sviluppate praticamente nelle loro fatali conseguenze. Che se questi dialoghi a nulla serviranno per lui, come fortemente temiamo, servano almeno ai genitori ad illuminarli affinchè preservino i loro figliuoli da tali funeste dottrine, lasciando noi loro la cura di trovarne il modo per non suscitare col suggerirlo spiacevoli animosità!

Ma perchè sia decisa tra me e lui la questione della moralità, è contento Monsignore che si faccia appello all’autorità del Vangelo? Ivi si legge che la regola per giudicare della bontà della dottrina morale di uno è di