Pagina:Ardigo - Scritti vari.djvu/158

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
152 Scritti vari

Una lettera del prof. Ardigò.


Coi due articoli «ciò che sono e ciò che fui» inseriti nella Gazzetta dell’Emilia, articoli che spropositano in modo volgare del Prof. Roberto Ardigò, e mi quali del Moto non si parla mai se non nella dedica, la polemica nostra colla Gazzetta stessa cambia affatto aspetto, anzi entra a dirittura in un’alta fase.

E siccome a noi preme molto di far vedere al buon pubblico che la Gazzetta dell’Emilia non ha che dell’ignoranza e della presunzione da vendere, e che asserisce le cose che non sono, colla più grande disinvoltura, così abbiamo preferito che il Professore Ardigò stesso risponda di suo pugno, e siamo onorati di poterne dare qui sotto la lettera ove è troppo bene mostrata la inesattezza e la meschinità dei due articoli che si erano tanto strombazzati.

Prima però ci permettiamo di dire due parole alla Gazzetta stessa la quale ha osato sostenere che l’Ardigò non ha mai concepito neanche una idea originale; e lo facciamo perchè il prof. Ardigò, nella sua lettera accenna solo a questo passo e per modestia non lo rileva.

Al tono reciso e cattedratico con cui sono scritte quelle parole si direbbero di una verità assiomatica; invece esse da sè sole mostrano, in chi le scrisse, la niuna conoscenza che ha dell’uomo e della cosa di cui pretende parlare.. Valga per tutta risposta questo. L’illustre Espinos nel fascicolo del gennaio 1879 della Revue Philosophique in un articolo sul nostro filosofo, nota la differenza fra il positivismo italiano e il positivismo inglese, e dice che il principale rappresentante del positivismo italiano, quegli che vi ha impressa l’anima più originale è il Prof. Roberto Ardigò.

Che ve ne pare, lettori onesti e imparziali? A ciò aggiungiamo una osservazione che fu posta già innanzi prima di noi dal professore Trezza — uno dei più forti e coraggiosi pensatori nostri — quando scrisse nel