Pagina:Ardigo - Scritti vari.djvu/263

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Lettere 257


Ma no, si dice ipocritamente. Prima riformiamo l’Università e poi del bisogno (pur presentemente urgentissimo) dei professori (anche di quelli che non hanno bisogno per sovvenire alla cultura superiore della riforma, che è sempre qualchecosa di ipotetico e di utopistico), e poi del bisogno dei professori parleremo.

Sì: l’ipotesi utopistica della riforma universitaria in cinquant’anni non si riuscirà a concretarla. E così i professori che fanno il loro dovere aspettino cinquant’anni e poi vedremo!

Ma, si insiste ancora, la riforma bisogna aspettarla, perchè infine adesso l’opera di un professore universitario (e di tutti in massa) si riduce a tre orette per poche settimane di chiacchiere qualsiansi.

Questa buffonata anche si aggiunge: e il giornale tiene bordone.

Tre orette di chiacchiere qualsiansi per poche settimane dell’anno?

Io insegno da cinquantasei anni. L’insegnare collo studio che vi si richiede mi ha sempre costato il lavoro di ben otto ore per tutti i giorni dell’anno, nessuno eccettuato. Più di duemila ore all’anno. Ed è così in realtà, o press’a poco, l’opera del professore universitario, se si prescinde dai pochi, che mancano al loro dovere, e che devono essere chiamati all’ordine da quelli che hanno il dovere di farlo, e non che siano invece addotti a scusa della denigrazione indegna degli altri.

Otto ore al giorno tutta la mia vita, e vivendo nel modo più modesto e ristretto, senza mai i mezzi per un po’ di svago, pur tanto necessario per riavermi dalla fatica. Ora in ultimo accarezzo la speranza che almeno l’estremo anno della mia vita (essendo adesso nell’ottantesimo) potesse restarmi tanto da assicurarmi un loculo al cimitero. Ma no. Neanche questo mi sarà dato.

Ed è così che l’Italia ha a cuore la cultura superiore? E che il giornale rigeneratore abbia da darle ragione?