Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/214

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208 canto


56
     Morir non puote alcuna fata mai,
fin che ’l sol gira, o il ciel non muta stilo.
Se ciò non fosse, era il dolore assai
per muover Cloto ad inasparle il filo;
o, qual Didon, finia col ferro i guai;
o la regina splendida del Nilo
avria imitata con mortifer sonno:
ma le fate morir sempre non ponno.

57
     Torniamo a quel di eterna gloria degno
Ruggiero; e Alcina stia ne la sua pena.
Dico di lui, che poi che fuor del legno
si fu condutto in piú sicura arena,
Dio ringraziando che tutto il disegno
gli era successo, al mar voltò la schena;
et affrettando per l’asciutto il piede,
alla ròcca ne va che quivi siede.

58
     Né la piú forte ancor né la piú bella
mai vide occhio mortai prima né dopo.
Son di piú prezzo le mura di quella,
che se diamante fossino o piropo.
Di tai gemme qua giú non si favella:
et a chi vuol notizia averne, è d’uopo
che vada quivi; che non credo altrove,
se non forse su in ciel, se ne ritruove.

59
     Quel che piú fa che lor si inchina e cede
ogn’altra gemma, è che, mirando in esse,
l’uom sin in mezzo all’anima si vede;
vede suoi vizii e sue virtudi espresse,
sí che a lusinghe poi di sé non crede,
né a chi dar biasmo a torto gli volesse:
fassi, mirando allo specchio lucente
se stesso, conoscendosi, prudente.