Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/322

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316 canto


108
     Sobrin gli era a man manca in ripa a Senna,
con Pulian, con Dardinel d’Almonte,
col re d’Oran, ch’esser gigante accenna,
lungo sei braccia dai piedi alla fronte.
Deh perché a muover men son io la penna,
che quelle genti a muover l’arme pronte?
che ’l re di Sarza, pien d’ira e di sdegno,
grida e bestemmia, e non può star piú a segno.

109
     Come assalire o vasi pastorali,
o le dolci reliquie de’ convivi
soglion con rauco suon di stridule ali
le impronte mosche a’ caldi giorni estivi:
come li storni a rosseggianti pali
vanno de mature uve: cosí quivi,
empiendo il ciel di grida e di rumori,
veniano a dare il fiero assalto i Mori.

109
     L’esercito cristian sopra le mura
con lande, spade e scure e pietre e fuoco
difende la cittá senza paura,
e il barbarico orgoglio estima poco;
e dove Morte uno et un altro fura,
non è chi per viltá ricusi il loco.
Tornano i Saracin giú ne le fosse
a furia di ferite e di percosse.

109
     Non ferro solamente vi s’adopra,
ma grossi massi, e merli integri e saldi,
e muri dispiccati con molt’opra,
tetti di torri, e gran pezzi di spaldi.
L’acque bollenti che vengon di sopra,
portano a’ Mori insupportabil caldi;
e male a questa pioggia si resiste,
ch’entra per gli elmi, e fa acciecar le viste.