Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/323

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quartodecimo 317


112
     E questa piú nocea che’l ferro quasi:
or che de’ far la nebbia di calcine?
or che doveano far li ardenti vasi
con olio e zolfo e peci e trementine?
I cerchii in munizion non son rimasi,
che d’ogn’intorno hanno di fiamma il crine:
questi, scagliati per diverse bande,
mettono a’ Saracini aspre ghirlande.

113
     Intanto il re di Sarza avea cacciato
sotto le mura la schiera seconda,
da Buraldo, da Ormida accompagnato,
quel Garamante, e questo di Marmonda.
Clarindo e Soridan gli sono allato,
né par che ’l re di Setta si nasconda;
segue il re di Marocco e quel di Cosca,
ciascun perché il valor suo si conosca.

114
     Ne la bandiera, ch’è tutta vermiglia,
Rodomonte di Sarza il leon spiega,
che la feroce bocca ad una briglia
che gli pon la sua donna, aprir non niega.
Al leon sé medesimo assimiglia;
e per la donna che lo frena e lega,
la bella Doralice ha figurata,
figlia di Stordilan re di Granata:

115
     quella che tolto avea, come io narrava,
re Mandricardo, e dissi dove e a cui.
Era costei che Rodomonte amava
piú che ’l suo regno e piú che gli occhi sui;
e cortesia e valor per lei mostrava,
non giá sapendo ch’era in forza altrui:
se saputo l’avesse, allora allora
fatto avria quel che fe’ quel giorno ancora.