Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/104

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98 canto


56
     E ’l stare in dubbio era con gran periglio
che non salisser genti de la terra
con legni armati, e al suo desson di piglio,
mal atto a star sul mar, non ch’a far guerra.
Mentre il padron non sa pigliar consiglio,
fu domandato da quel d’Inghilterra,
chi gli tenea sì l’animo suspeso,
e perché giá non avea il porto preso.

57
     Il padron narrò lui che quella riva
tutta tenean le femine omicide,
di quai l’antiqua legge ognun ch’arriva
in perpetuo tien servo, o che l’uccide;
e questa sorte solamente schiva
chi nel campo dieci uomini conquide,
e poi la notte può assaggiar nel letto
diece donzelle con carnal diletto.

58
     E se la prima pruova gli vien fatta,
e non fornisca la seconda poi,
egli vien morto, e chi è con lui si tratta
da zappatore o da guardian di buoi.
Se di far l’uno e l’altro è persona atta,
impetra libertade a tutti i suoi;
a sé non giá, c’ha da restar marito
di diece donne, elette a suo appetito.

59
     Non potè udire Astolfo senza risa
de la vicina terra il rito strano.
Sopravien Sansonetto, e poi Marfisa,
indi Aquilante, e seco il suo germano.
Il padron parimente lor divisa
la causa che dal porto il tien lontano:
— Voglio (dicea) che inanzi il mar m’affoghi,
ch’io senta mai di servitude i gioghi.—