Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/134

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128 canto


64
     Parmi ch’ingiuria il mio destin mi faccia,
avendomi a sí vil servigio eletto;
come chi ne l’armento il destrier caccia,
il qual d’occhi o di piedi abbia difetto,
o per altro accidente che dispiaccia,
sia fatto all’arme e a miglior uso inetto:
né sperando io, se non per morte, uscire
di sí vil servitú, bramo morire. —

65
     Guidon qui fine alle parole pose,
e maledí quel giorno per isdegno,
il qual dei cavallieri e de le spose
gli diè vittoria in acquistar quel regno.
Astolfo stette a udire, e si nascose
tanto, che si fe’ certo a piú d’un segno,
che, come detto avea, questo Guidone
era figliol del suo parente Anione.

66
     Poi gli rispose: — Io sono il duca inglese,
il tuo cugino Astolfo; — et abbracciollo,
e con atto amorevole e cortese,
non senza sparger lagrime, baciollo.
— Caro parente mio, non piú palese
tua madre ti potea por segno al collo;
ch’a farne fede che tu sei de’ nostri,
basta il valor che con la spada mostri. —

67
     Guidon, ch’altrove avria fatto gran festa
d’aver trovato un sí stretto parente,
quivi l’accolse con la faccia mesta,
perché fu di vedervilo dolente.
Se vive, sa ch’Astolfo schiavo resta,
né il termine è piú lá che ’l dí seguente;
se fia libero Astolfo, ne more esso:
sí che ’l ben d’uno è il mal de l’altro espresso.