Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/145

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ventesimo 139


108
     Quivi d’estrano cavallier sembianza
l’ebbe Marfisa all’abito e all’arnese;
e perciò non fuggí, com’avea usanza
fuggir dagli altri ch’eran del paese;
anzi con sicurezza e con baldanza
si fermò al guado, e di lontan l’attese:
al guado del torrente, ove trovolla,
la vecchia le uscí incontra e salutolla.

109
     Poi la pregò che seco oltr’a quell’acque
ne l’altra ripa in groppa la portasse.
Marfisa, che gentil fu da che nacque,
di lá dal fiumicel seco la trasse;
e portarla anch’un pezzo non le spiacque,
fin ch’a miglior camin la ritornasse,
fuor d’un gran fango; e al fin di quel sentiero
si videro all’incontro un cavalliero.

110
     Il cavallier su ben guernita sella,
di lucide arme e di bei panni ornato,
verso il fiume venia, da una donzella
e da un solo scudiero accompagnato.
La donna ch’avea seco era assai bella,
ma d’altiero sembiante e poco grato,
tutta d’orgoglio e di fastidio piena,
del cavallier ben degna che la mena.

111
     Pinabello, un de’ conti maganzesi,
era quel cavallier ch’ella avea seco;
quel medesmo che dianzi a pochi mesi
Bradamante gittò nel cavo speco.
Quei sospir, quei singulti cosí accesi,
quel pianto che lo fe’ giá quasi cieco,
tutto fu per costei ch’or seco avea,
che ’l negromante allor gli ritenea.