Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/148

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142 canto


120
     Avea la donna (se la crespa buccia
può darne indicio) piú de la Sibilla,
e parea, cosí ornata, una bertuccia,
quando per muover riso alcun vestilla;
et or piú brutta par, che si coruccia,
e che dagli occhi l’ira le sfavilla:
ch’a donna non si fa maggior dispetto,
che quando o vecchia o brutta le vien detto.

121
     Mostrò turbarse l’inclita donzella,
per prenderne piacer, come si prese;
e rispose a Zerbin: — Mia donna è bella,
per Dio, via piú che tu non sei cortese;
come ch’io creda che la tua favella
da quel che sente l’animo non scese:
tu fingi non conoscer sua beltade,
per escusar la tua somma viltade.

122
     E chi saria quel cavallier, che questa
sí giovane e sí bella ritrovasse
senza piú compagnia ne la foresta,
e che di farla sua non si provasse? —
— Sí ben (disse Zerbin) teco s’assesta,
che saria mal ch’alcun te la levasse;
et io per me non son cosí indiscreto,
che te ne privi mai: stanne pur lieto.

123
     S’in altro conto aver vuoi a far meco,
di quel ch’io vaglio son per farti mostra:
ma per costei non mi tener sí cieco,
che solamente far voglia una giostra.
O brutta o bella sia, restisi teco:
non vo’ partir tanta amicizia vostra.
Ben vi sète accoppiati: io giurerei,
com’ella è bella, tu gagliardo sei. —