Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/16

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10 canto


36
     Il signor nostro intanto ritornato
alla marina, il suo danno comprende;
che truova gran silenzio in ogni lato,
vóti frascati, padiglioni e tende.
Né sa pensar chi si l’abbia rubato;
e pien di gran timore al lito scende,
onde i nocchieri suoi vede in disparte
sarpar lor ferri e in opra por le sarte.

37
     Tosto ch’essi lui veggiono sul lito,
il palischermo mandano a levarlo:
ma non si tosto ha Norandino udito
de l’Orco che venuto era a rubarlo,
che, senza piú pensar, piglia partito,
dovunque andato sia, di seguitarlo.
Vedersi tor Lucina si gli duole,
ch’o racquistarla, o non piú viver vuole.

38
     Dove vede apparir lungo la sabbia
la fresca orma, ne va con quella fretta
con che lo spinge l’amorosa rabbia,
fin che giunge alla tana ch’io v’ho detta:
ove con tema la maggior che s’abbia
a patir mai, l’Orco da noi s’aspetta:
ad ogni suono di sentirlo parci,
ch’affamato ritorni a divorarci.

39
     Quivi Fortuna il re da tempo guida,
che senza l’Orco in casa era la moglie.
Come ella’l vede: — Fuggine! (gli grida)
misero te, se l’Orco ti ci coglie! —
— Coglia (disse) o non coglia, o salvi o uccida,
che miserrimo i’ sia non mi si toglie.
Disir mi mena, e non error di via,
c’ho di morir presso alla moglie mia.—