Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/220

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
214 canto


84
     Non stanno l’aste a quattro colpi salde,
e mancan nel furor di quella pugna.
Di qua e di lá si fan l’ire piú calde;
né da ferir lor resta altro che pugna.
Schiodano piastre, e straccian maglie e falde,
pur che la man, dove s’aggraffi, giugna.
Non desideri alcun, perché piú vaglia,
martel piú grave o piú dura tanaglia.

85
     Come può il Saracin ritrovar sesto
di finir con suo onore il fiero invito?
Pazzia sarebbe il perder tempo in questo,
che nuoce al feritor piú ch’al ferito.
Andò alle strette l’uno e l’altro, e presto
il re pagano Orlando ebbe ghermito:
lo stringe al petto; e crede far le prove
che sopra Anteo fe’ giá il figliol di Giove.

86
     Lo piglia con molto impeto a traverso:
quando lo spinge, e quando a sé lo tira;
et è ne la gran colera si immerso,
ch’ove resti la briglia poco mira.
Sta in sé raccolto Orlando, e ne va verso
il suo vantaggio, e alla vittoria aspira:
gli pon la cauta man sopra le ciglia
del cavallo, e cader ne fa la briglia.

87
     Il Saracino ogni poter vi mette,
che lo soffoghi, o de l’arcion lo svella:
negli urti il conte ha le ginocchia strette;
né in questa parte vuol piegar né in quella.
Per quel tirar che fa il pagan, constrette
le cingie son d’abandonar la sella.
Orlando è in terra, e a pena sel conosce;
ch’i piedi ha in staffa, e stringe ancor le cosce.