Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/240

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234 canto


24
     Molto aggirando vommi, e per quel giorno
altro vestigio ritrovar non posso.
Dove giacea Corebo al fin ritorno,
che fatto appresso avea il terren sí rosso,
che poco piú che vi facea soggiorno,
gli saria stato di bisogno il fosso
e i preti e i frati piú per sotterrarlo,
ch’i medici e che’l letto per sanarlo.

25
     Dal bosco alla cittá feci portallo,
e posi in casa d’uno ostier mio amico,
che fatto sano in poco termine hallo
per cura et arte d’un chirurgo antico.
Poi d’arme proveduti e di cavallo
Corebo et io cercammo d’Odorico,
ch’in corte del re Alfonso di Biscaglia
trovammo; e quivi fui seco a battaglia.

26
     La giustizia del re, che il loco franco
de la pugna mi diede, e la ragione,
et oltre alla ragion la Fortuna anco,
che spesso la vittoria, ove vuol, pone,
mi giovar sí, che di me potè manco
il traditore; onde fu mio prigione.
Il re, udito il gran fallo, mi concesse
di poter farne quanto mi piacesse.

27
     Non l’ho voluto uccider né lasciarlo,
ma, come vedi, trarloti in catena;
perché vo’ ch’a te stia di giudicarlo,
se morire o tener si deve in pena.
L’avere inteso ch’eri appresso a Carlo,
e ’l desir di trovarti qui mi mena.
Ringrazio Dio che mi fa in questa parte,
dove lo sperai meno, ora trovarte.