Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/250

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244 canto


64
     Non può schivare al fine un gran fendente
che tra ’l brando e lo scudo entra sul petto.
Grosso l’usbergo, e grossa parimente
era la piastra, e ’l panziron perfetto:
pur non gli steron contra, et ugualmente
alla spada crudel dieron ricetto.
Quella calò tagliando ciò che prese,
la corazza e l’arcion fin su l’arnese.

65
     E se non che fu scarso il colpo alquanto,
per mezzo lo fendea come una canna;
ma penetra nel vivo a pena tanto,
che poco piú che la pelle gli danna:
la non profunda piaga è lunga quanto
non si misureria con una spanna.
Le lucid’arme il caldo sangue irriga
per sino al piè di rubiconda riga.

66
     Cosí talora un bel purpureo nastro
ho veduto partir tela d’argento
da quella bianca man piú ch’alabastro,
da cui partire il cor spesso mi sento.
Quivi poco a Zerbin vale esser mastro
di guerra, et aver forza e piú ardimento;
che di finezza d’arme e di possanza
il re di Tartaria troppo l’avanza.

67
     Fu questo colpo del pagan maggiore
in apparenza, che fosse in effetto;
tal ch’Issabella se ne sente il core
fendere in mezzo all’agghiacciato petto.
Zerbin pien d’ardimento e di valore
tutto s’infiamma d’ira e di dispetto;
e quanto piú ferire a due man puote,
in mezzo l’elmo il Tartaro percuote.