Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/363

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ventesimottavo 357


16
     E che la porti per suo amore al collo
lo prega, sì che ognor gli ne sovenga.
Piacque il dono al marito, et accettollo;
non perché dar ricordo gli convenga:
che né tempo né absenzia mai dar crollo,
né buona o ria fortuna che gli avenga,
potrá a quella memoria salda e forte
c’ha di lei sempre, e avrá dopo la morte.

17
     La notte ch’andò inanzi a quella aurora
che fu il termine estremo alla partenza,
al suo Iocondo par ch’in braccio muora
la moglie, che n’ha tosto da star senza.
Mai non si dorme; e inanzi al giorno un’ora
viene il marito all’ultima licenza.
Montò a cavallo e si partì in effetto:
e la moglier si ricorcò nel letto.

18
     Iocondo ancor duo miglia ito non era,
che gli venne la croce raccordata,
ch’avea sotto il guancial messo la sera,
poi per obliv’ion l’avea lasciata.
— Lasso! (dicea tra sé) di che maniera
troverò scusa che mi sia accettata,
che mia moglie non creda che gradito
poco da me sia l’amor suo infinito?

19
     Pensa la scusa, e poi gli cade in mente
che non sará accettabile né buona,
mandi famigli, mandivi altra gente,
s’egli medesmo non vi va in persona.
Si ferma, e al fratel dice: — Or pianamente
fin a Baccano al primo albergo sprona;
che dentro a Roma è forza ch’io rivada
e credo anco di giugnerti per strada.