Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/466

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460 canto


40
     Crudel, di che peccato a doler t’hai,
se d’uccider chi t’ama non ti penti?
Se ’l mancar di tua fé sí leggier fai,
di ch’altro peso il cor gravar ti senti?
Come tratti il nimico, se tu dai
a me, che t’amo sí, questi tormenti?
Ben dirò che giustizia in ciel non sia,
s’a veder tardo la vendetta mia.

41
     Se d’ogn’altro peccato assai piú quello
de l’empia ingratitudine l’uom grava,
e per questo dal ciel l’angel piú bello
fu relegato in parte oscura e cava;
e se gran fallo aspetta gran flagello
quando debita emenda il cor non lava;
guarda ch’aspro flagello in te non scenda,
che mi se’ ingrato e non vuoi farne emenda.

42
     Di furto ancora, oltre ogni vizio rio,
di te, crudele, ho da dolermi molto.
Che tu mi tenga il cor, non ti dico io;
di questo io vo’ che tu ne vada assolto:
dico di te, che t’eri fatto mio,
e poi contra ragion mi ti sei tolto.
Renditi, iniquo, a me: che tu sai bene
che non si può salvar chi l’altrui tiene.

43
     Tu m’hai, Ruggier, lasciata: io te non voglio,
né lasciarti volendo anco potrei;
ma per uscir d’affanno e di cordoglio,
posso e voglio finire i giorni miei.
Di non morirti in grazia sol mi doglio;
che se concesso m’avessero i dèi
ch’io fossi morta quando t’era grata,
morte non fu giamai tanto beata. —