Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/482

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476 canto


104
     Poniamo ancor, che, come a voi pur pare,
io donna sia (che non però il concedo),
ma che la mia beltá non fosse pare
a quella di costei; non però credo
che mi vorreste la mercé levare
di mia virtú, se ben di viso io cedo.
Perder per men beltá giusto non parmi
quel c’ho acquistato per virtú con l’armi.

105
     E quando ancor fosse l’usanza tale,
che chi perde in beltá ne dovesse ire,
io ci vorrei restare, o bene o male
che la mia ostinazïon dovesse uscire.
Per questo, che contesa diseguale
è tra me e questa donna, vo‘ inferire
che, contendendo di beltá, può assai
perdere, e meco guadagnar non mai.

106
     E se guadagni e perdite non sono
in tutto pari, ingiusto è ogni partito:
sí ch’a lei per ragion, sí ancor per dono
spezial, non sia l’albergo proibito.
E s’alcuno di dir che non sia buono
e dritto il mio giudizio sará ardito,
sarò per sostenergli a suo piacere,
che ’l mio sia vero, e falso il suo parere.

107
     La figliuola d’Amon, mossa a pietade
che questa gentil donna debba a torto
esser cacciata ove la pioggia cade,
ove né tetto, ove né pure è un sporto,
al signor de l’albergo persuade
con ragion molte e con parlare accorto,
ma molto piú con quel ch’al fin concluse,
che resti cheto e accetti le sue scuse.