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tornata del 14 marzo


ministeriale; si voleva che si dicesse: «Vittorio Emanuele II per divina Providenza, per voto della nazione Re d’Italia.»

Io non sono di quelli che per giusta indegnazione contro le simonie sacerdotali hanno a schifo il sentimento religioso e rigettano la parola che discende dal cielo, ma non sono neppure di quelli che vogliono assegnare alla divina Provvidenza una parte obbligata nelle umane vicissitudini. (Ilarità)

Chi non sa che nel bene e nel male, nei fausti e nei contrari eventi è sempre quaggiù il dito di Dio? Qual necessità dunque di dichiarare che il risorgimento italiano venne coronato dal volere della divina Provvidenza? Non facciamo pleonasmi! Dio manda la rugiada a consolare i campi ed i tuoni e le procelle a sconvolgere i mari; non proferiamo il nome di Dio invano: inchiniamoci e taciamo. (Bravo!)

Non dimentichiamo del resto che sopra alcune frasi di questo genere si pretese di fondare il diritto divino, argomento di tanta assurdità, pretesto di tante oppressioni; i re per grazia di Dio furono quasi sempre re per disgrazia del popolo. (Risa e applausi) Non lo dimentichiamo.

Ma se consiglio volontieri il silenzio sopra la divina Provvidenza, che senza di noi regola il mondo, tanto più volontieri domando che nel dar base al regno italiano si debba a un tempo fondare il diritto costituente il regno stesso, dichiarando che il Re d’Italia e il regno italiano derivano dalla sovranità nazionale.

Quale legittimità in fatti più gloriosa, più nobile, più grande di quella che deriva dalla volontà del popolo? Forse quella della conquista? Ma essa non è altro che la consacrazione della forza, troppo spesso brutale e scellerata. Forse la legittimità della nascita? Ma essa non è che l’idolatria del caso, la più cieca e la più stupida divinità che esista sopra la terra. Forse la legittimità che deriva dai trattati? Ma, allorchè i potenti si raccolgono in assemblea per regolare il destino delle nazioni, mi corre troppo spesso alla mente il congresso dei lupi per regolare il destino degli agnelli; e quale destino! quello di essere munti, poi tosati, poi divorati. (Viva ilarità)

A questo punto si affaccia una seconda questione, che è naturale conseguenza della prima; essa potrebbe a primo aspetto sembrare questione di parole; ma, considerata maturatamente, si vedrà che è quistione di principio.

La Dinastia Sabauda, per molte virtù acclamata, rifulse principalmente come dinastia conquistatrice.

L’Italia esalta il Re galantuomo, non il re conquistatore; quindi Vittorio Emanuele, colla denominazione di secondo, parrebbe rappresentare una domestica tradizione di conquista, non il principio del voto nazionale.

A questa considerazione altre si oppongono di non minor peso.

Vittorio Emanuele chiamavasi già Vittorio Emanuele II quando, dall’alto del suo soglio, consolava i dolori dell’Italia e stendeva la regal destra per difenderla; era Vittorio Emanuele II che correva a Palestro e sgominava le austriache falangi; era Vittorio Emanuele II che scagliavasi cinque volte all’assalto a San Martino, e decideva le sorti di una battaglia che consacravano la vittoria della libertà italiana. (Applausi) E come potrebbe ora spogliarsi di un nome così glorioso?

Queste due considerazioni, o signori, io le ravviso egualmente gravi, egualmente rispettabili; quindi avrò l’onore di sottomettervi una proposta, a nome anche della parte politica di questa Camera, a cui appartengo, che, a parer mio, concilierà i diritti ed i desiderii di tutti.

Ma, non disconoscendo l’importanza di queste questioni, e disapprovando anche il modo con cui venne proposta questa legge, il chiaro relatore della Commissione vorrebbe persua-

derci a temporeggiare, esortandoci ad aver fede nelle promesse ministeriali e negli ordini del giorno presentati nel Senato del regno; anzi soggiunge avere il conte Di Cavour solennemente promesso che senza ulteriori indugi presenterebbe una legge per la intestazione degli atti pubblici, in cui a tutte queste cose si avrebbe opportuno riguardo.

Signori, per quanto io voglia aver fede nelle promesse dei ministri, non posso pienamente acquietarmi. Le concessioni di testimoniali, gli ordini del giorno che vengono da quella parte (Indica il banco dei ministri), i deputati che già seggono da dodici anni in questa Camera sanno quanto valgono (Ilarità); un atto importante che voi potete far oggi, credetemi, signori deputati, non aspettate a farlo domani. (A sinistra: Bene!)

Del resto, quand’anche fossi ben certo che la parola venisse mantenuta, ogni dilazione mi parrebbe perniciosa.

Non con leggi subalterne, non con secondari provvedimenti devesi fondare il diritto politico della monarchia; ciò non sarebbe nè dignitoso, nè grave; la doppia sovranità del re e del popolo vuol essere fondata con un solo atto, con un solo voto, con una sola promulgazione. (Bene! a sinistra)

Ora è tempo che io ponga sotto gli occhi vostri la proposta che venne formulata da questa parte della Camera che mi diede l’onorato incarico di presentarvela.

Nel dettare questo articolo di legge ponemmo mente a tre cose:

A conciliare nel nome del Re i suoi riguardi di famiglia coi diritti della nazione;

A stabilire in chiare note la legittimità della monarchia procedente dalla sovranità del popolo;

A togliere l’iniziativa al Ministero per restituirla al Parlamento.

Queste tre condizioni ci parvero compendiate nell’articolo seguente:

«Vittorio Emmanuele II è proclamato dal popolo italiano, per sè e i suoi successori, primo Re d’Italia.» (Sensazioni diverse)

Accettate, o signori deputati, accettate questa proposta che onora il Re ed il popolo, che reca forza e gloria o potenza alla corona dal seno della nazione forte, libera e potente.

Io confido che vorrete accettarla; tuttavia ho incarico di dichiararvi che, in qualunque evento, noi siamo disposti a deporre un voto favorevole nell’urna, perchè, ove si tratta della costituzione dell’Italia, tutti gli Italiani debbono essere concordi! (Applausi)

Mentre proclamiamo il regno della libera Italia, svegliansi altri oppressi popoli omai stanchi delle mal portate catene.

Noi udiamo con gioia le trepidazioni dell’Ungheria, i palpiti della Grecia, le ansietà della Moldavia e della Valachia, e ci gode l’animo principalmente mirando l’eroica Polonia correre di nuovo alle armi, e chiamare Dio e gli uomini in testimonio della giusta sua causa.

Nei tempi della comune sventura la Polonia chiamavasi sorella dell’Italia. Oh! voglia Iddio che questa antica compagna nell’infortunio ci sia presto compagna nella prosperità. (Bene! Bravo!)

Io diceva da principio che giammai il sole d’Italia si circondava di più fulgido raggio; eppure, o signori, un altro più fausto giorno ci è ancora serbato: quello in cui potremo stringere la destra in questo recinto ai deputati di Roma e di Venezia. Deh! non sia lontano quel giorno! Abbiasi il novello Re da noi raccomandata l’antica regina dell’Adria che,