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camera dei deputati -- sessione del 1861


e se non fosse giunto al trono in forza del dritto de’ suoi maggiori!

E nell’interno, o signori, ci ricordiamo noi come abbiamo progredito? Io me ne ricordo, o signori, io che ho passato tutto il mio esiglio in Piemonte, e quindi ho avuto campo di studiare i fatti e seguirli passo a passo. Noi non eravamo abbastanza preparati; se lo fossimo stati, la nostra nazionalità sarebbe stata acquistata da un pezzo. Il Piemonte aveva gloriose tradizioni guerriere, ma il popolo aveva forse minor potenza politica di altri popoli d’Italia, perchè non aveva veduto grandi atleti nella palestra letteraria.

Dal giorno poi che Vittorio Alfieri alzò la sua voce, cominciò per il Piemonte un èra di gloria. Ciò nulla di meno noi non possiamo dire che il popolo del Piemonte fosse stato educato a quelle idee, le quali dovevano poi avere il loro sviluppo, ed uno sviluppo certo non inefficace. Il popolo di Piemonte tollerò, ma tollerò soltanto che alcuni fatti energici dalla parte del potere avessero data una lezione severa a coloro i quali credevano ancora che il passato non era cadavere, e che nel Piemonte si potesse continuare la politica d’altri tempi. Noi abbiamo veduto che la potenza della devozione che questo popolo generoso aveva verso il suo Re ed anche verso la dinastia, la quale, quando anche non ebbe in mente il principio nazionale, pur tultavolta ebbe tali virtù domestiche e privale, che il più grande degli odiatori della tirannide confessava di doverla rispettare, signori, fu sommamente preziosa per la nostra libertà. Noi, senza un Re alla testa, non avremmo potuto certamente, signori, non dico fornire, ma neanche forse avventurosamente iniziare quel cammino di cui oggi siamo quasi alla meta.

Dopo tutto ciò, o signori, si vorrebbe dire a questo Re: voi non dovete più aver nulla di comune colle tradizioni della vostra famiglia; voi dovete coprire d’un velo densissimo, impenetrabile, fino l’immagine di un uomo, dalle cui ceneri ancor calde sorgono voci potenti di abnegazione e di sacrificio per ogni cuore italiano; voi dovete dimenticarvi che vostro padre scese primo nell’arena, voi dovete assolutamente tutto concentrarvi in voi e dire ai popoli d’Italia che voi siete primo e non più secondo.

I popoli italiani, signori, la numerazione di Vittorio Emanuele la sanno benissimo; ed ove il principio nazionale non ne abbia offesa, come io credo d’aver dimostrato, la numerazione non ha logica, la numerazione non ha altra importanza che quella appunto di questa tradizione di famiglia, della quale ho avuto il bene di ragionare. Quindi, o signori, mi pare che noi, tenendo sacro questo principio costitutivo del nostro pubblico diritto, quel principio onde s’informa la nostra monarchia nazionale, dobbiamo tenere pur sacra la memoria di quelle virtù che in altri tempi hanno giovato, benché in modi diversi, alla nostra causa; noi dobbiamo soprattutto mostrarci memori del sacrificio di quel Martire glorioso, per il quale la sconoscenza mi stringerebbe il cuore per l’avvenire della nostra nazione. (Segni di approvazione)

Presidente II deputato Miceli ha facoltà di parlare.

Miceli. Signori, non farò una questione istorica, seguendo le orme degli onorevoli deputati Ferrari e D’Ondes-Reggio, ma una quistione di principii. Non farò neppure una questione filosofica, nè teologica, sulla seconda parte della legge, sulla grazia di Dio; farò invece una questione politica.

Io non peserò le citazioni storiche enunciate dai deputati Ferrari e D’Ondes-Reggio, non che dall’onorevole ministro per l’agricoltura e commercio; nè farò il paragone del loro valore. Potrei a quelle citazioni, che sono varie ed importanti,
aggiungerne molte altre; ma le lascierò, perchè sento di non averne bisogno. Farò una questione di principio, e dirò che l’Italia, oppressa da secoli, finalmente sorge il 1848 e compie una grande rivoluzione. Fino allora tutti i Governi italiani furono congiurati contro di lei. L’Italia non ricordava che i martirii del suo popolo, le carceri, i patiboli, le oppressioni dei suoi principi.

Nel 1848, o signori, succede un gran mutamento: tutti i sovrani d’Italia continuano le tradizioni scellerate; uno solo se ne distacca, e corre diverso cammino. La rivoluzione di questo paese era terribile, e portava nel suo seno l’avvenire della nazione: la monarchia sabauda la comprese. La rivoluzione attrasse nella sua orbita la monarchia, e questa la seguì e si congiunse con lei. Ecco la parte rappresentata da questa monarchia; ecco la sua gloria e la sorgente dell’attuale sua grandezza.

Signori, Carlo Alberto, diceva l’onorevole deputato Bertolami, accetta la rivoluzione; Vittorio Emanuele accetta la tradizione paterna, e combatte da valoroso per l’indipendenza d’Italia.

Che cosa era scritto sulla bandiera di Carlo Alberto, che cosa era scritto sulla bandiera di Vittorio Emanuele, quando combattevano le guerre dell’indipendenza? Vi era il santo diritto della patria italiana, che voleva esser libera e grande. Essi intimavano guerra allo straniero, non da usurpatori di provincie, ma da sostenitori di quel diritto, per cui la terra italiana era intrisa del sangue di tanti generosi!

Signori, la Casa Sabauda, accettando la rivoluzione, accettò i principii della rivoluzione; dunque la base del diritto pubblico dell’antico regno è stata abolita dalla stessa dinastia, come lo era stato dal popolo sin dal primo momento che impugnò le armi per liberarsi.

La dinastia ha accettato per fondamento della sua esistenza un nuovo principio di diritto, che è il diritto nazionale. In Vittorio Emanuele si riflettono tutti i principii della rivoluzione con cui fece alleanza. La rivoluzione, o signori, che si è compiuta in Italia, come tutte le rivoluzioni successe in Europa dal 1789 in qua, è guerra al passato. Prima regnava il diritto barbaro della forza, ora regna il diritto sacro della ragione e della giustizia: e le formole che prima indicavano quel diritto, non possono essere adoperate per indire un diritto nuovo che si trovò in guerra con quello, e lo ha vinto, e spera di riportar su di esso la più completa vittoria.

Signori, io non intendo di contrastare al Re il suo nome, come taluni pretendono. Non vi è più grave errore, che credere essere il titolo che io contrasto parte del nome di un Re. Se così fosse, la storia non ci direbbe che essi han quasi sempre mutato questo titolo, mutando o ampliando la loro signoria. A maggior ragione è mestieri che lo cambino, quando si cambia l’estensione dei dominii ed il principio su cui basava l’antico Stato. Perchè alcuni popoli non han voluto che i loro principi assumessero un attributo di numerazione, anziché un altro? Perchè ne furon sempre così gelosi gl’Inglesi, gli Ungheresi, gli Elettori e gli Stati dell’impero germanico?

In quelle parole essi vedeano proclamata e consacrata la loro indipendenza e ricusavano ogni altra che potesse metterla in dubbio.

Carlo V che ambì di signoreggiare l’Europa, ed aspirò a rinnovare l’impero di Carlomagno, per certo avrebbe desiderato nella unità del titolo simboleggiare l’unità del comando. Ma egli era quinto in Germania e primo in Ispagna, perchè i Germani non avrebbero permesso che avesse portato sul trono dell’impero un titolo che aveva in Ispagna, come gli Spagnuoli non avrebbero permesso che avesse por-