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camera dei deputati — sessione del 1861




Re di Napoli, di Sicilia, di Sardegna e di tutte le altre parti d’Italia. Ora, nel caso nostro, Vittorio Emanuele II si presenta al nostro sguardo cogli attributi della sovranità sarda.

Io vi dico il vero, vedo i re vestiti alla militare, ma dalla mente mai non si toglie l’idea che avessero uno scettro ed una corona; ebbene, Vittorio Emanuele II come Re di Sardegna aveva bene una corona: se dunque Vittorio Emanuele II aveva una corona, rimanendo nello stesso modo appellato, sul suo capo splenderà la corona medesima: io certamente non concederò a chicchessia che la corona dei Reali di Savoia fosse più illustre, più splendida della corona dei Normanni, degli Angioini e degli Aragonesi (Rumori), la quale in Napoli e in Sicilia, ha avuto la medesima gloria e la medesima nobiltà (Rumori di dissenso), e se i principi che furono loro discendenti si sono renduti indegni di quelle corone, i popoli li hanno espulsi, ma la corona dei duchi di Savoia mai si è sollevata al lustro, allo splendore di quelle corone: all’incontro, perchè il concetto dell’Italia si concentri nella idea del Re, bisogna che il Re d’Italia sia coronato della corona di ferro. (Movimento) Se dunque Vittorio Emanuele II è già ricoperto di una corona, vuol dire che sul suo capo non metterebbe la corona di ferro; quindi, perchè questa celebre corona regolarmente possa stare sul suo capo, è necessario che si mettano da parte le tre corone di Napoli, di Sicilia e di Sardegna. (Interruzioni)

Re per la grazia di Dio: questa è una formola la quale, oltre al riguardarci come Italiani ed essenzialmente cattolici, è una formola la quale io la considero come la più fortunata e la più felice espressione della rivoluzione italiana, poichè ella è stata compiuta sotto il patrocinio e la protezione di Dio.

Passando a rassegna gli ultimi 60 anni di storia, dopo che fu proclamata in Francia la repubblica, in molte, e quasi in tutte le parti d’Italia, molti illustri cittadini seguirono quelle idee, quelle massime, e cercarono di attuarle in Italia; ma, venendo la reazione, costoro pagarono il fio della loro intolleranza per gli abusi del feudalismo che essi volevano rovesciare e proclamare il principio della libertà e dell’eguaglianza; noi allora vedemmo molti illustri e nobili italiani salire il patibolo, o morire per il piombo dei moschetti, o per lo staffile degli aguzzini, o esulare, o subire il carcere. Una buona parte di essi certamente pagò il fio delle loro aspirazioni; eppure il loro esempio, la sorte loro così funesta non isgomentò gli Italiani, che sempre furono fermi nel sostenere il principio della libertà e della indipendenza. Ed ecco che, se non ogni anno, certamente non trascorreva un decennio, senza che venissero rivoluzioni e successive reazioni. Finalmente nell’ultimo ventennio la reazione europea era molto avanzata; Roma ne dava l’esempio funesto, e il suo pontefice, invece di proteggere il popolo italiano e mettersi dalla sua parte, cospirava contro di esso, e da vicario di Cristo era divenuto vicario dell’Austria. Egli cospirò contro gli Italiani, e coi principi d’Italia gareggiò nelle torture, negli esilii, nelle pene capitali che inflisse agli infelici suoi sudditi. (Si parla)

Mauro Capellari morì, e non erano passati molti giorni che egli era disceso nel sepolcro, che il conclave traeva dal suo squittinio Giovanni Mastai. Questo pontefice parve, a prima giunta, un uomo comune, un papa come tutti gli altri; ma dopo poco tempo parve essere egli il nunzio di una gran missione divina, e quindi, mentre un denso velo di tenebre copriva il Vaticano, questo velo squarciossi, ed apparve il pontefice sul Vaticano, levar la voce e dichiarare al mondo che il riscatto d’Italia era prossimo; ed egli aveva a sè dappresso un cappuccino ed un predicatore.

Ebbene, quelle due figure dovevano rappresentare il simbolo del novello pontificato. (Mormorio d’impazienza)

presidente. Pregherei l’onorevole Ruggiero di voler venire un po’ più direttamente alla questione; mi pare che egli se ne scosti.

ruggiero. Giovanni Mastai benedisse l’Italia... (Risa e rumori)... indi i due suoi amici scomparvero. Parve che la reazione avesse trionfato.

presidente. Mi scusi, tutto questo pare ancor troppo discosto dalla questione.

ruggiero. Parve che la reazione avesse trionfato (Ilarità), ma poi si vide che per la grazia di Dio, la quale assisteva la rivoluzione italiana, si vide che il principio proclamato da Pio IX incominciava a diffondersi su tutta l’Italia non solo, ma eziandio sull’Europa, mettendo innanzi, dirò così, quegli stromenti che dovevano servire alla risurrezione, al riscatto della medesima. Per conseguenza in Francia cadde il regno di Luigi Filippo, e cinse la corona il principe più sapiente del secolo attuale; nella Russia egualmente principi generosi e nobili, i quali oggi favoriscono il movimento italiano e cogli atti loro, e colle loro simpatie; sicchè conchiudo (Bravo!), che la rivoluzione italiana si è compiuta sotto l’egida del coraggio e della lealtà del Re Vittorio Emanuele; per la concordia e la volontà dei popoli, del patriottismo e del valore non pure degli eserciti alleati, ma altresì per opera dell’illustre Garibaldi e de’ volontari, de’ quali era supremo duce, sotto l’influenza della protezione di Dio; quindi desidero che la formola sia Vittorio Emanuele I per la grazia di Dio e per la volontà nazionale Re d’Italia.

proto. La chiusura!

cassinis, ministro per la grazia e giustizia. Ascoltando, signori, i discorsi degli oratori i quali combatterono o propugnarono la formola della legge da me proposta, e gli alti concetti e le splendide forme di cui li rivestirono, mi lamentai in cuor mio di che i lunghi e severi studi d’una vita forense abbiano affranta la vivezza del mio pensiero, e resa la mia parola tenue e povera troppo dinanzi alla grandezza ed alla nobiltà del soggetto. Ma se Dio e la fortuna non mi concessero l’eloquenza, mi diedero convinzioni profonde, e queste ispireranno, spero, il mio discorso.

L’onorevole deputato Ferrari diceva ieri nel suo elegante discorso: «vogliamo dare il battesimo allo Stato, una laconica leggenda, uno stemma il quale annunzi a tutti il pensiero della nazione.»

Sì, signori, questo è veramente il concetto della legge da me proposta; ciascuna delle formole onde la medesima si compone rappresenta altrettanti principii, e i più solenni principii del dritto pubblico della nazione.

Vittorio Emanuele II, per grazia di Dio e per volontà della nazione, Re d’Italia.

Queste formole, questi principii rispondono essi al pensiero, al sentimento, alla coscienza della nazione? Io lo credo, e mi farò di provarlo.

Vittorio Emanuele II: non lo volete, non volete l’appellativo secondo; e perchè? Parliamo francamente, senza ambagi, e come si addice ad uomini liberi in libera terra.

L’Italia, si dice, non l’ha fatta la Dinastia, l’ha fatta la rivoluzione; Vittorio Emanuele II vuol dire diritto di nascita, vuol dire diritto di conquista, vuol dire ingrandimento. E qui il regno d’Italia, soggiungeva l’onorevole Ferrari, esiste da gran tempo. Egli incominciò ad esistere da quel dì in cui la parola Italia significò un concetto diviso dall’impero.

Volete una serie? prosegue: risalite ai Goti, ai Longobardi,