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tornata del 17 aprile


come l’antico regno dell’illustre Casa di Savoia si sia potuto trasformare in monarchia italiana, e dopo averci ripensato, essendo abituato a vedere nei progetti di legge, che vengono dal Ministero, molto maturo esame, e quindi nessun falso concetto vi si dovrebbe comprendere, vidi che piuttosto non era un problema, ma era un assurdo. (Mi permetta l’onorevole guardasigilli che io così lo qualifichi.)

La trasformazione d’uno Stato da piccolo che sia in uno grandissimo è certamente spiegabile, non solamente per attività sua propria, ma per altre circostanze estrinseche, come per cessione, per successione, per trattati, per guerre, e di questi fatti noi ne abbiamo parecchi esempi, e senza che si oltrepassassero i monti e si attraversasse il mare, e senza indagare la storia delle Due Sicilie e del potere temporale dei papi, che a poco a poco si è diffuso e dilatato, il Piemonte medesimo ci offre quest’esempio in grandissima estensione, in grandissima latitudine.

Il Piemonte certamente era un piccolissimo Stato, ed i suoi principi, che prima di Vittorio Emmanuele e di Carlo Alberto regnarono su questo trono, estesero notabilmente i loro dominii, o per cessione avuta da altri principi, i quali si avvantaggiavano sopra altri Stati, ovvero per successione, ovvero per guerre o per trattati di pace dipendenti da queste guerre, per modo che da Vittorio Amedeo II incominciò il regno di Casa Savoia. Ma dal fatto della rivoluzione italiana io scorgo una differenza assai grande, la quale non si può confondere coi fatti precedenti.

Nell’ingrandimento del Piemonte, avvenuto nel secolo passato, ed ancora pel trattato del 1815, coll’aggregazione della repubblica di Genova, noi abbiamo veduto che i principi vi acconsentivano e dissentivano i popoli; mentre nella rivoluzione italiana si è veduto tutto il contrario: sono stati i popoli che, per loro spontaneità, per una rivoluzione la quale non ha riscontro nella storia, hanno concorso a congiungere le sparse membra di questa nostra patria e fonderle col Piemonte, onde avesse a risultarne la nazione libera ed intera.

Per conseguenza la trasformazione dell’antico regno sabaudo non può essere così intesa, poichè la monarchia italiana non è nata dalla trasformazione del regno sabaudo, ma dalla fusione volontaria e spontanea di tutte le provincie e dalla abolizione di tutte le autonomie, Napoli, Sicilia, Sardegna, Lombardia, tutto si è fuso insieme.

La storia poi viene ampiamente a dimostrare come i re omonimi, i quali hanno regnato sopra un medesimo trono ne’ varii Stati dell’Europa, tuttochè diversi di stirpe dagli altri antecessori, hanno seguita l’usanza di appellarsi coll’ordine numerico, il quale era in continuazione di quello dei loro predecessori.

Il signor Ferrari ieri ci favoriva molti esempi di questo genere, ed io, lasciando da parte quelli, rinforzo egualmente il suo argomento con altri fatti storici.

E, senza indicare quello che si è fatto nelle picccole Corti della Germania (ed era questo uno degli argomenti addotti dall’onorevole ministro per l’agricoltura e pel commercio, onde oppugnare gl’importantissimi argomenti storici stati portati avanti dall’onorevole Ferrari), mi rivolgo alle principali nazioni d’Europa, all’Inghilterra, alla Spagna, all’Alemagna. Ebbene, in queste tre nazioni troviamo quest’usanza rispettata insignemente.

Allorquando la dinastia fondata da Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia, si estinse in Inghilterra, e sorse quella degli Angioini, appellata volgarmente dei Plantageneti, ebbene Enrico di Angiò prese il titolo di Enrico II per mettersi in continuazione con Enrico I della estinta casa di

Normandia. Ed Enrico conte di Richemont, il quale era il capo della dinastia dei Tudor, che succedeva agli Angioini estinti, prendeva il titolo di Enrico VII, per continuare il numero di Enrico VI dall’ultima casa degli Angioini.

Io lascio da parte un momento Giacomo VI, re di Scozia, per ripigliarlo più tardi; lascio da parte le altre dinastie che appresso regnarono in Inghilterra, e mi limito a Guglielmo di Orange.

Ebbene, questo principe, mentre del suo nome sarebbe stato il decimo nella famiglia dei principi d’Orange in Inghilterra, dopo l’espulsione di Giacomo II, prese l’appellativo di terzo, per rannodarsi con Guglielmo il Rosso, della famiglia di Normandia, che aveva regnato su quella nazione sei secoli addietro.

In Ispagna Filippo duca d’Angiò, chiamato erede di quella corona da Carlo II, vi successe appellandosi Filippo V, ed in tal modo Filippo duca d’Angiò, della famiglia dei Borboni di Francia, si rannodò alla famiglia d’Austria, alla quale apparteneva Filippo IV.

Eccovi ancora Carlo IV di Napoli e di Sicilia; egli prese il titolo di terzo, allorchè successe sul trono di Spagna al suo fratello Ferdinando VI.

In Alemagna similissimi esempi. Corrado il Salico prese il titolo di II per succedere a Corrado I di Sassonia; così gli Enrichi degli Stohenstauffen e della famiglia di Baviera e di Lussemburgo, non che i principi di Casa d’Austria e di Lorena, egualmente seguirono la stessa usanza. Questo costume dei principi, i quali, regnando sul medesimo trono, si appellavano con numero progressivo da quello degli antecessori, tuttochè di stirpe divisa, e così mutavano quel numero d’ordine che loro si apparteneva nelle famiglie proprie, fu ancora seguito da quei principi, i quali non riscontravano altri omonimi nei troni su cui andavano a sedere, ma lasciavano egualmente di distinguersi col numero degli antenati omonimi della famiglia da cui discendevano. Per conseguenza Giacomo VI, re di Scozia, passando a regnare sull’Inghilterra, mutò il suo titolo di VI in I. E per non dilungarmi più su questo esempio, mi rivolgerò a Francesco II, figlio di Leopoldo II d’Austria, il quale, mentre portava questo titolo come imperatore d’Alemagna, nel 1806, rinunciando all’impero d’Alemagna ed assumendo il titolo d’imperatore d’Austria, mutò il titolo di Francesco II in Francesco I. (Conversazioni particolari)

Signori, oltre queste usanze, che ampiamente si trovano notate nella storia, e che certamente non so quali ragioni si avessero per derogarle, noi abbiamo ancora una legge, noi, Napoletani e Siciliani, la quale regola questa cosa. E l’onorevole Carutti non avesse mai richiamato alla mente il fatto che noi, accettando Vittorio Emanuele, accettavamo tutto quanto apparteneva a Vittorio Emanuele come Re di Sardegna; ed accettando lo Statuto, che noi accettavamo ancora tutte le leggi che riguardano il regno di Sardegna.

Mi risparmio di rispondergli categoricamente, e dico solamente che egli s’inganna. Vittorio Emanuele, sì; lo Statuto, sì; ma le altre leggi, no.

Col plebiscito del 21 ottobre noi abbiamo detto Vittorio Emanuele Re d’Italia; dunque, quando noi abbiamo proceduto a questa elezione, naturalmente nell’animo nostro non ci veniva innanzi la Sardegna, che come quel regno sopra il quale Vittorio Emanuele aveva fatto così bella e nobile prova, e quando, esaminando e passando a rassegna tutti i principi italiani e, vedendoli tutti indegni di ulteriore tolleranza, ci rivolgemmo a così illustre Principe, quando proclamammo nostro Re Vittorio Emanuele, noi intendemmo che egli fosse