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delle preponderanze straniere 87

periodica dell’accrescimento, dello splendore culminante, e della decadenza, certo ella dovrebbe esser vera principalmente in fatto d’arti. Perciocché, mirando queste al diletto, ed uno de’ maggiori diletti umani consistendo certamente nella novitá, e la novitá dopo l’ottimo essendo necessariamente men buona, pare immanchevole che dopo l’ottimo debba venire il men buono e il cattivo. Eppure il fatto non fu sempre cosí, non fu, se non con tante eccezioni e varietá, che ne rimane annientata la regola, la trista teoria. Nella Grecia e nell’Italia antiche, per esempio, lo stile ottimo durò parecchi secoli; in Egitto, nell’Indie, nella Cina non vi s’arrivò mai. E cosí nell’Italia, feconda a tutto, quando non sieno troppo contrari i venti, feconda principalmente a quell’arti che s’adattano meno male ai cattivi, nell’Italia moderna decaddero sí la scuola primitiva toscana e le nuove romana, veneziana e lombarda, ma sorse e risplendette la nuova scuola bolognese, che non si può dir né culminante né decadente; e la decadenza vera non incominciò se non dopo questo periodo secondo di splendore. Lasciamo dire i tristi profeti; la natura umana non è infinita per certo, ma è pur certamente indefinita; e in arti principalmente ella può trovar del nuovo e bello senza fine, purché non s’abbassi, non s’avvilisca, non si faccia incapace essa stessa. Del resto, essendosi avanzata l’arte incipiente in ciascuna delle scuole italiane con una virtú principale e distinta, l’arte giá progredita non poteva guari progredire ulteriormente se non ecletticamente, scegliendo il buono d’ogni scuola antica o nuova; le imitazioni delle virtú primitive son sempre affettazioni, e somigliano al bamboleggiar de’ vecchi. Ciò intesero, od anzi a ciò furono portati da lor natura e lor tempo, i nostri artisti bolognesi; ed a ciò, del resto, i loro contemporanei spagnuoli e francesi. Fondatori di quella scuola eclettica che non si dee dir derivata veramente né dal Francia né da altri piú antichi, furono Ludovico Caracci [1555-1619] e i due cugini di lui, fratelli tra sé, Agostino [1558-1601] ed Annibale [1560-1609], oltre altri di quella privilegiata famiglia. Seguirono Guido Reni [1575-1642], Albano [1578-1660], Domenichino [1581-1641], Guercino [1590-