Pagina:Bandello - Novelle, Laterza 1910, I.djvu/40

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

novella ii 37

il capo. Né guari cosí stette, che de le ricche vestimenta e de la corona fu dispogliato, e de le sue solite vesti vestito. Stava il manigoldo aspettando l’ultimo comandamento per far l’ultimo suo ufficio, e giá aveva la tagliente spada levata in alto, quando il re fiso guardava nel volto ad Ariabarzane, il quale né piú né meno nel viso era di color cangiato, come se la cosa a lui non appartenesse, e pur poteva ragionevolmente credere che il manigoldo era in ordine per tagliarli la testa. Veggendo il re la fiera constanza e l’animo invitto d’Ariabarzane, ad alta voce che da tutti s’udiva cosí disse: — Ariabarzane, come tu puoi sapere io non son quello che t’abbia a la morte condannato, ma l’opere tue mal regolate e gli statuti di questo regno t’hanno a questo passo condutto. E perciò che le nostre sante leggi mi danno libertá che io possa ogni reo condannato, come mi pare, od in parte od in tutto assolvere ed a la pristina grazia restituire, se tu vuoi chiamarti vinto e che degni la vita da me in dono prendere, io ti perdonerò la morte e ti restituirò agli tuoi uffici e dignitá. — Udite queste parole, Ariabarzane ch’in ginocchione col capo chino stava attendendo che il capo gli fosse mozzo, levò la testa e verso il re si rivolse; pensando che a sí duro passo non tanto la malignitá del re, quanto l’altrui invidia e le lingue serpentine de’ suoi nemici l’avevano condutto, deliberò, usando de la pietosa liberalitá e grazia del suo signore col restar in vita, non dar a’ suoi nemici con sí fiera morte contentezza. Onde tutto in atto riverente, con ferma e sonora voce cosí al re disse: — Invittissimo signor mio, da me a par degl’immortali dèi riverito, poi che, la tua mercè, tu vuoi ch’io viva, io da te riverentemente la vita in dono accetto, che quando io credessi restar vivo in disgrazia tua, non l’accettarei, e in tutto vinto mi chiamo. Resterò dunque vivo per serbar la vita che mi dai ad ogni tuo servigio, a ciò che quella a beneficio de la tua sacra corona, come da la tua cortesia in presto presa, ti possa sempre che vorrai restituire. Il che farò io cosí volentieri come ora da buon core da te la prendo. E poi che tanta grazia t’è piaciuto di farmi, quando non ti fosse grave volentieri qui in publico direi quanto ora mi sovviene. — Il re accennò che si