Pagina:Bandello - Novelle, Laterza 1911, IV.djvu/348

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IL BANDELLO

al gentilissimo signor

gian angelo simoneta


Gran prudenza mi par esser quella d’un gentiluomo, il quale, stando con un signore che conosca esser capriccioso e che mal volentieri si senta riprendere di ciò che fuor di ragione fa, talmente si sa governare, che senza incorrere ne la disgrazia di quello, di tal modo si diporta che de l’error suo l’ammonisce. E questo suol assai sovente avvenire quando il cortegiano è di svegliato ingegno, e con qualche proposta che gli fará, l’induce a conoscere il diffetto ove egli è caduto. Questo conseguirá egli con qualche bel detto, o chiedendo talora il contrario di ciò che il signore sgarbatamente fa, a ciò che con questa occasione possa modestamente avvertirlo. Ché ci sono molti, i quali, persuadendosi vie piú di quello che sanno e che convien loro, senza rispetto veruno vorranno corteggiar il padrone, e quanto piú gente ci sará, per mostrarsi ben di grande autoritá, lo emenderanno. Onde il signore, se forse talora saperá dissimulare l’ira che ha, non resterá perciò che non se la leghi, come si dice, al dito, e a tempo e luogo poi non faccia degli scorni insopportabili a chi averá voluto sonar lui. Sovvengavi di ciò che fece non è molto il signor Sigismondo Malatesta, quando i tedeschi e spagnuoli dirubarono e saccheggiarono Roma e spogliarono le chiese; che, essendo alora entrato in Arimini, perciò che uno dei piú cari partegiani che avesse, e che celatamente l’aveva in un fascio d’erba portato in quella cittá, ardi dirgli non so che essendo a tavola, gli diede de le pugnalate e l’ammazzò. E tuttavia ciò che colui gli diceva era per ammonirlo che piú non cadesse in certo fallo ove era, disonestamente operando,