Pagina:Barrili - I rossi e i neri Vol.1, Milano, Treves, 1906.djvu/12

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giorno, questa mattina, e non meritate che sia dato a voi in altra maniera.

— Voi sarete sempre migliore di me; — rispose Lorenzo, mentre riponeva il mazzolino tra le risvolte della sottoveste. Sono un orso; è proprio vero.

— Oh, come la pigliate voi? Non lo dico già perchè sia vero; — replicò la fanciulla, mettendosi sul grave. — So bene, io, che lavorate tanto, e pensate ancora di più. —

Quindi levati gli occhi al ritratto della madre di Lorenzo, le scoccò un bacio colla punta delle dita, e disparve.

— Chi è mai quest’importuno? — chiese a sè stesso Lorenzo, imitando senza avvedersene il conte Almaviva nella prima scena del Barbiere di Siviglia.

E si mosse, per andare nel salottino.

II.

Nel quale si dimostra come da buona pianta abbia a venir sempre buon frutto.

Il primo a dir ciò, sebbene con diversa immagine, è stato Orazio Flacco, in uno di quei versi, che vincono il bronzo al paragone. Verrà il giorno, pur troppo, che in Italia non si saprà più il latino; ma in qualche altro paese non lo avranno dimenticato; i versi del nostro amico Orazio si leggeranno ancora, e si citerà sempre il suo aureo dettato: fortes nascuntur fortibus et bonis.

Questo ricordo classico avrà fatto intendere al lettore il nostro proposito. In quella che Lorenzo Salvani va a ricever quell’altro, che ancora ignoriamo chi sia, non sarà male che diciamo qualche cosa intorno alla famiglia del nostro giovine amico.

Il colonnello Salvani, già da due anni dormente il gran sonno, era stato a’ suoi tempi uno di quegli uomini che ad una mente eletta e ad un cuor di leone accoppiano una squisita delicatezza di sentire. Grande sventura, essere cosiffattamente dotati dalla natura; perchè queste splendide virtù, con le quali si potrebbe fare il mondo, se fosse ancora da fare, e soprattutto se francasse la spesa di farlo, non riescono in quella vece se non a cozzar le une con le altre, o a ren-