Pagina:Barrili - I rossi e i neri Vol.2, Milano, Treves, 1906.djvu/256

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della morte repentina, ma naturale, del gesuita, provveduto a quelle poche incombenze che richiedeva lo stato dell’estinto, se ne andarono pe’ fatti loro. La mattina del 15 ottobre, come s’è detto, il Collini era chiuso nel suo quartierino; il Torre Vivaldi, per non aversi a contristare di più, se n’andava colla marchesa Ginevra in campagna.

Andiamo ora in traccia d’Aloise, che era scampato pur dianzi dalla ignominia, mercè il provvido aiuto del duca di Feira, ma non aveva smesso il fiero proposito di sottrarsi morendo alle angosce del suo amor desolato.

Egli, siccome è già noto, aveva scritto il giorno innanzi al vecchio gentiluomo d’esser pronto a firmare con lui il contratto che doveva saldare il suo debito, e in quella medesima ora che uno schianto di rabbia impossente uccideva il gesuita, sottoscriveva presso il notaio Marinasco l’atto di vendita della Montalda, dopo aver detto all’intendente del Duca che sarebbe andato il giorno seguente nel palazzo non più suo, per pigliarsi alcuni piccoli ricordi della famiglia e dare un ultimo saluto alla tomba di sua madre.

Un’ora dopo, Aloise riceveva una seconda lettera del duca di Feira. Il vecchio gentiluomo si scusava anzitutto con lui di non essersi recato egli in persona dal notaio, non avendoglielo consentito alcuni urgenti negozi: indi, venendo a toccare del desiderio di Aloise, gli accennava cortesemente che egli era come per lo innanzi padrone di andare e rimanere alla Montalda quanto più gli piacesse. Poter rendere un servizio al marchese di Montalto senza esserne pagato con quella cessione, gli sarebbe stato gratissimo; ma bene aveva inteso che la giusta alterezza del giovine signore non gli avrebbe concesso tanta fortuna. Ma poichè la cosa aveva dovuto finire in quella guisa, gli usasse almeno la cortesia di ricordare che la Montalda rimaneva aperta al suo primo padrone, e che nulla vi sarebbe mutato delle consuetudini antiche. Intorno a ciò, notava il duca che la tomba della marchesa Eugenia era un sacro deposito ch’egli si recava ad onore di custodire, che quanti erano lassù, ed avevano servito in suo vivente la nobilissima dama, vi sarebbero rimasti, ne’ loro pietosi uffici di prima.

Quella lettera fu come un po’ di balsamo sul cuore esulcerato del giovine. Ma era soltanto una goccia, una misera goccia, sottratta da un mar d’amarezze. L’anima sua s’era inasprita: tutto quanto vedesse dintorno a sè, gli tornava molesto; si chiudeva nel profondo della sua coscienza, e vi trovava le ricordanze del passato, che gli si tramutavano tosto