Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/160

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114 capitolo vi.


dell’alba correvamo nella stretta valle dello Shi-shan-ho, zigzagando sulle ghiaie del fiume per evitare i macigni e i ciottoli.

La valle, chiusa da colline scoscese, era piena d’ombra anche quando le sommità rocciose dei monti cominciavano ad accendersi della luce rosata del sole nascente. Il giorno dominava già in alto, e la notte si rifugiava in basso; pareva nascondersi per non essere vinta, indugiava a dissiparsi, velava di penombre violastre quella tortuosa gola che noi risalivamo con una velocità di venti chilometri all’ora.

I tubi di scaricamento applicati ai cilindri del motore mandavano fuori i gas della combustione con esplosioni formidabili, assordanti, violente come colpi di carabina, e così rapide e serrate da darci l’illusione d’avere con noi una mitragliatrice in pieno funzionamento. L’eco di questo strepito riempiva la vallata. Dovevamo gridare per intenderci. Pietro sembrava esterrefatto. Trasportavamo anche Pietro con noi, issato sul bagaglio; s’era attaccato alle corde per resistere alle oscillazioni e ai sobbalzi dell’automobile, e rimaneva fermo e zitto, desiderando forse in cuor suo di trovarsi in quel momento sulla groppa del più indomito cavallo della Cina piuttosto che là sopra.

— Sì va bene Pietro? — gli chiedeva Borghese, con la massima buona fede, mentre guidava la macchina.

E Pietro con una indecisione eloquente:

— Ss.... sì!

Sopra un’altura, si erge una gran roccia, strana, simile al rudere d’un castello medioevale, con delle punte aguzze che ricordano rovine di torri. Il castello è forato; dalla valle si vede il cielo attraverso un’apertura dello scoglio, regolare, simile all’apertura d’un qualche ponte massiccio. Nell’alba quella singolare costruzione della natura, ancora oscura e che si disegnava nitidamente sul cielo sereno, aveva una sinistra imponenza. I Mongoli che passano nella valle la guardano con un rispetto quasi religioso. Vi è una leggenda intorno a quella roccia. Un giorno Jingis-Kan, il Conquistatore, che è un dio nella memoria dei Mongoli, passando alla