Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/175

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

per le praterie mongole 129


superbo, specialmente quando eravamo fiancheggiati da quelle scorte bizzarre, e avevamo sotto gli occhi tutte le bellezze, le eleganze, le energie del cavallo lanciate in tumulto.

La manovra si ripeteva quasi invariata ogni volta. Essa era dunque suggerita agli animali da uno stesso pensiero. Quale? Che cosa passava mai nei loro piccoli cervelli? Nelle loro evoluzioni sembravano guidati dalla mano di cavalieri invisibili, tanto erano disciplinati. Si direbbe che in quei cavalli sia disceso per un lontano atavismo il senso della guerra.

Rari pastori si aggiravano in prossimità delle mandrie destinate a scendere ai grandi mercati di Pechino nell’inverno, quando l’animale si copre d’un lunghissimo pelo caprino. Qualcuno di quegli uomini aveva tentato di avvicinarsi a noi spingendo alla carriera la cavalcatura, ma con sua enorme sorpresa non aveva potuto raggiungerci, e s’era fermato a guardarci immobile fino a che scomparivamo dal suo orizzonte. In certi momenti potevamo correre a quaranta e a cinquanta chilometri all’ora. Mai la Mongolia era stata attraversata a queste velocità. Noi avremmo lasciato indietro anche i famosi corrieri di Jingis-khan, i quali portavano a spron battuto gli ordini dell’imperatore e le notizie delle sue vittorie da un confine all’altro dell’immenso impero.

Quella corsa c’inebbriava e ci stordiva, non per la sensazione fisica della rapidità, non per quella gioia del volo che dà l’automobile e che è l’essenza della passione automobilistica, ma per una profonda, piena e ineffabile soddisfazione intellettuale, per l’inesprimibile godimento che veniva dal trovarci lì. A volte ci sentivamo afferrati da un senso di sorpresa, la chiarezza del pensiero si velava come nel sogno, dei dubbi irragionevoli passavano simili a nubi sulla percezione esatta dei luoghi, dimenticavamo per ricordarci ad un tratto, e interrompevamo lunghi silenzi dicendoci:

— Siamo in Mongolia!

— Proprio!

Una volta Borghese si volse a dirmi improvvisamente: