Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/226

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180 capitolo viii.


dalle altre, si risollevava in un baleno e si rimetteva a fuggire. Gridavamo, nell’eccitazione della caccia; gridavamo perchè si diventa feroci in certi momenti che risvegliano tutto ciò che abbiamo di selvaggio ed ardente, e non possedevamo altra arma che la voce. Non potendo uccidere ci divertivamo ad atterrire, e i nostri gridi portavano al parossismo lo spavento delle vittime. Presto quella confusione tumultuosa di groppe da cerbiatto, fulve e snelle, si allontanò lateralmente con una brusca evoluzione, e si disperse lontano nella prateria.

Alle dieci del mattino entravamo in una regione montuosa ma facile. Lasciavamo per sempre le pianure mongole. I monti della Siberia Orientale e della Transbaikalia stendevano fino a noi i loro estremi contrafforti, le loro ultime balze. C’internammo presto in una vallata che nascose definitivamente a noi la sconfinata vastità dei piani, dalla quale uscivamo un po’ storditi e abbacinati come chi approda dopo una lunga navigazione.

Le yurte e i greggi si facevano più frequenti. Incontrammo un mongolo sontuosamente vestito di seta rossa, accompagnato da un altro abbastanza stracciato da poter essere ritenuto suo servo. I due si riposavano seduti sull’erba, tenendo le briglie dei cavalli infilate al braccio. Vedendoci arrivare si rizzarono precipitosamente impauriti e fecero per fuggire, ma era troppo tardi, e un momento dopo passavamo velocemente vicino a loro. Accortisi che non era in noi alcuna ostile intenzione, osarono guardarci, e scoppiarono in una risata irresistibile. Quel carro che correva solo doveva far loro l’effetto d’uno scherzo, d’una cosa estremamente buffa, d’un controsenso ameno, quasi che noi ci fossimo dimenticati d’attaccare i cavalli, e il carro, più distratto di noi, non se ne fosse accorto e corresse egualmente. Ridevano, ridevano, curvi, con le mani appoggiate alle ginocchia....

Una enorme quantità di grosse marmotte saltellava sull’erba; ve n’erano a migliaia, di quella razza che gl’inglesi chiamano prairie-dogs, “cani della prateria„. Correvano verso le tane, scavate nella terra, e prima di nascondersi non mancavano mai