Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/314

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
264 capitolo xii.


dammo dall’alto in basso la salita vinta, le mostrammo i pugni con sincera indignazione, e continuammo il viaggio sulla riva della Selenga, ora dominando il fiume — che si fa più veloce verso la sua fine quasi per affrettarsi alla perenne immobilità del lago — ed ora camminando fianco a fianco con le sue acque bianche rumoreggianti. La valle è sempre più ristretta; la Selenga s’incassa fra colline coperte di folti boschi di pini e di betulle. La ferrovia, che passava sulla riva destra, è venuta a raggiungerci attraverso un maestoso ponte di ferro, e da quel momento l’abbiamo avuta vicina.

Serpeggiavamo intorno a lei. Le passavamo sotto, per dei cavalcavia inondati, la traversavamo a livello, la lasciavamo per ritrovarla poco dopo. Credevamo di esserle chi sa quanto lontani, quando fra gli alberi ci riapparivano i suoi dischi, i suoi segnali, i tetti rossi delle cantoniere. Ci teneva compagnia. Vedevamo da lontano le piccole stazioni solitarie dominate dall’alto serbatoio dell’acqua rivestito di legno e traversato dal camino d’un calorifero, che all’inverno difende l’acqua dal freddo e la mantiene liquida. Ogni tanto trovavamo la strada barrata da un cancello; entravamo nel territorio di qualche villaggio, sulla possessione collettiva di un comune o di una stanitza cosacca. Ad ogni cancello v’era un guardiano, un vecchio rannicchiato in una vicina capannuccia di legno, spesso ricoperta di terra per renderla più calda; ma il guardiano non era abituato certo alle rapidità dell’automobile, e spesso usciva fuori dalla sua cuccia quando avevamo aperto e richiuso da noi stessi il rozzo cancello di legno e ci allontanavamo velocemente. E rimaneva sbalordito, immobile, a guardarci.

Qualcuno di loro si faceva sulla fronte il segno della croce. Uno di questi uomini, accorso al suono della tromba e alle nostre chiamate, si fermò interdetto.

— Apri, se ti piace! — gli dicemmo fermando l’automobile.

Egli si stropicciò vivamente gli occhi, ci guardò sbalordito, ricominciò a stropicciarsi gli occhi. Credeva di sognare. In verità,