Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/413

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tomsk la dotta 355


Ci alzammo alle due, e partimmo alle tre. Eravamo andati sempre più anticipando l’ora della partenza per profittare del notturno sereno (perchè continuava a far bel tempo alla notte), e della luce perenne. Quel giorno, 10 Luglio, volevamo giungere verso l’una o le due a Tomsk, lontana 237 chilometri, e concederci così quasi una mezza giornata di riposo. Ma il destino aveva disposto altrimenti, e i suoi decreti, è noto, sono irrevocabili.

La strada cominciò per essere discreta e finì con l’essere orribile. Ho detto altrove che non si può imaginare quanto sia cattiva la strada siberiana sotto la pioggia; e pure, dal punto di vista dell’automobile, v’è qualche cosa di peggio: ed è la strada siberiana dopo la pioggia. Mi spiego: Quando piove, il fango è alto ma è molle, fluido; passarvi sopra somiglia al guadare; le ruote vi scivolano, vi scartano, vi pattinano, vi fanno di tutto meno che correre, ma non vi restano afferrate. Quando ha cessato di piovere, e la strada comincia a prosciugarsi, il fango diviene consistente; da viscido si fa vischioso, e l’automobile vi affonda e vi resta presa, tenuta, imprigionata. Affondare è molto più grave dello scivolare. Noi avevamo classificato gl’incidenti meno piacevoli del viaggio in quattro categorie, per ordine d’importanza: rovesciarsi, affondare, arrenare, e pattinare. L’affondamento era la disgrazia di secondo grado. Su quella strada di Tomsk avemmo non meno di otto disgrazie di secondo grado. Colpa del sole.

Precisamente. Alla mattina salutammo con gioia un cambiamento di tempo. Il vento da ponente girò al settentrione, e poi a levante. Le nuvole che sorgevano all’orizzonte furono lacerate, trascinate via a brandelli bianchi per il cielo sereno, e il sole sorse, splendido, puro, caldo. Verso le cinque il fango già cominciava a minacciarci. Sentivamo gli sforzi della macchina per non lasciarsi prendere, e non trovavamo altro rimedio preventivo che la velocità. Andavamo a sbalzoni. Ma nell’interno dei villaggi, dov’è impossibile correre a causa degl’ingombri, delle tavole