Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/446

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388 capitolo xvii.


ricerca del deposito di benzina; Ettore ripuliva la macchina e la preparava al prossimo tragitto; io avevo il resoconto da scrivere, nella mia migliore calligrafia per assicurarne la trasmissione corretta, e — quel che era più lungo e più difficile — dovevo indurre gli uffici telegrafici a spedirlo. La lunghezza del dispaccio spaventava gl’impiegati; mandare un telegramma di mille o di duemila parole lo reputavano una follia della quale rifiutavano ostinatamente di rendersi complici, e cercavano mille pretesti per farmi rinunziare alla trasmissione. Non era quasi mai prima delle dieci di sera che potevamo mangiare un boccone. Dormivamo spesso in terra. Alle due, alle tre del mattino eravamo in piedi. Nel nostro lavoro v’era inoltre qualche cosa che sfibrava più della fatica materiale; ed era l’ansia, l’emozione talvolta, l’incertezza spesso, erano le vive impressioni continue, gli scoraggiamenti e le audacie, le risoluzioni ostinate, tutto l’alto e il basso d’una lotta senza tregua. Tutto questo ci aveva indotto a riposarci due giorni ad Omsk, per ripartire più freschi e più sicuri.

Fra le qualità che ammiravo nel Principe v’era la resistenza: una resistenza fisica ed una più grande morale. Egli era stanco, ma sapeva non apparirlo. Gli piaceva anche non sembrare mai stanco con gli estranei. Teneva a questo predominio su se stesso. Se vi erano dei convitati o degli ospiti, pareva che dimenticasse il letto; si corazzava in una sorridente impassibilità da diplomatico, e resisteva indefinitivamente. Appena gli estranei se ne andavano, se ne andava anche il diplomatico, e Borghese s’addormentava mormorando di non poterne più. Confesso che a Omsk io sentii colpirmi dalla stanchezza come da una malattia. Come quegli affamati che dalla gran fame non possono più mangiare, io ero arrivato a non poter più dormire. Ma avvenne la reazione, e nel modo il più strano.

Alla sera del 16 Luglio rientravo all’albergo, quando ad un tratto sentii le gambe piegarmisi sotto, e mi accorsi di camminare come un ubbriaco; nello stesso tempo la vista mi si annebbiava; vedevo il cielo divenire verde; e mi parve che i passanti