Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/501

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

dal volga alla moskwa 439


bandonati, incerti, coperti d’erbe; eravamo costretti a ritornare alle più modeste velocità, con la vaga impressione che la grande città allora lasciata, dagli ampi boulevards corsi da scampanellanti trams elettrici, popolosa, animata, rumorosa, moderna ad onta delle venerabili chiese, fosse stata un sogno, un’allucinazione venutaci in piena Siberia.

Era infatti la Siberia che tornava. In qualche punto le acque avevano talmente scavato sulla strada, da trasformarla in burrone profondissimo sulle cui rive andavamo cercando dei passaggi. Ci avvenne di perdere la direzione, come in Mongolia. Arrivammo in un luogo ove ogni traccia di strada o di sentiero era assolutamente sparita, e noi ci demmo a ricercare non più la buona via, ma un uomo che ci servisse da guida. Ogni tentativo fatto consultando la carta e la bussola, ci aveva condotto contro a degli ostacoli insormontabili. Vedemmo due contadini che falciavano l’erba in un prato. Uno di loro consentì a montare sull’automobile ed a condurci. Dopo una decina di verste raggiungemmo un viottolo fangoso fiancheggiato dalla linea telegrafica.

— Seguite il telegrafo! — ci disse l’uomo lasciandoci.

Era tanto tempo che non ci facevamo più guidare dall’interminabile fila di pali! E ci avvicinavamo a Mosca. Tutto il traffico terrestre laggiù si svolge nell’inverno, quando la neve livella mirabilmente ogni terreno sul quale scivolano le slitte veloci: è inutile dunque mantenere delle strade costose. Nell’estate vi sono i fiumi. Anticamente, in epoche precedenti alla navigazione a vapore, esisteva lì una strada magnifica, della quale trovavamo appena alcune vestigia: resti di filari di betulle centenarie, ponticelli malfermi, e, nei luoghi paludosi, brevi tratti pavimentati, ora sconnessi dalle erbacce. I contadini, per andare da un villaggio all’altro, preferiscono non passare più su quella via distrutta; vanno capricciosamente per viottoli numerosi che formano una rete inestricabile. Quel labirinto era la nostra disperazione. Superavamo tutte le difficoltà incontrate nei peggiori tratti siberiani. Ne uscivamo lentamente ma facilmente, per la pratica acquistata.