Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/509

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dal volga alla moskwa 447


— confluente del Volga — posta alla foce del fiume, civettuola in mezzo al verde di piccoli boschi, tutta scomposta sul declivio d’una collina, quasi che le sue casette si siano immobilizzate mentre scendevano a gara in disordine verso il fiume. Traversammo il Sura sopra una chiatta a rimorchio d’un vaporino. La strada per Nishnii-Nowgorod riprende alla riva sinistra, un paio di verste a monte. E via, e via, per tutto il giorno, fiancheggiando di tanto in tanto il Volga, del quale scorgevamo le ampie e pigre spire svolgentisi nella vallata vasta, corse da battelli; via per campagne umide di pioggia, pittoresche nella loro pallida immensità.

Cominciammo a trovare, nel pomeriggio, delle ville signorili disperse per i boschi, e incontrammo comitive di villeggianti. La gran città, Nishnii-Nowgorod era vicina. Verso il tramonto ci apparvero lontano delle ciminiere d’opifici, immediata avanguardia delle moderne metropoli. In cima ad una salita stavano delle iswoshchik. Quando le raggiungemmo fummo accolti da un grido di saluto.

— Evviva!

Era in esse l’agente commerciale d’Italia in Russia — una specie di diplomatico dell’industria —, un segretario del console italiano a Mosca, un agente consolare, alcuni connazionali. Entravamo nell’orbita ufficiale dell’Europa. Ricevemmo la nostra posta, lettere, giornali, telegrammi. Era una ripresa di contatti. La gran solitudine finiva. Era finita.

Comparvero delle bottiglie di champagne, dei bicchieri, brindammo, stringemmo commossi dieci volte le stesse mani, domandammo notizie del nostro mondo. Poi fummo presi da una subitanea impazienza, dalla voglia imperiosa di finire, di correre, correre senza fermarci più, come quel personaggio della leggenda fiamminga il quale si fabbricò due gambe meccaniche che camminavano da sole, e corre, corre ancora, perchè si dimenticò di mettervi anche un meccanismo per fermarle.

— In macchina! In macchina! — esclamammo.