Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/535

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lasciando la russia 471


costumi di fatica, si confondeva nella nostra mente con la partenza. Risalendo in automobile, molti dei convitati ci circondavano, ripetendoci le medesime cordiali parole di saluto e di augurio pronunziate poche ore prima fra le luci dei doppieri col bicchiere levato.

Attraversammo velocemente Pietroburgo deserta, velata dalla sua bruma perenne, e riprendemmo le vie donde eravamo venuti, e che avevamo visto piene di folla, di movimento, di rumore. Ci parevano, così vuote, più grandi. Uscimmo per la porta di Narva, passammo ancora per il sobborgo Putilof, dirigendoci poi verso Gattschina, al sud, per l’ampia strada fiancheggiata come tutte le strade nelle immediate vicinanze di Pietroburgo, da boschetti e da châlets che dànno ai dintorni della capitale l’aspetto d’un grande parco.

Mezz’ora dopo, volgendoci indietro, non vedevamo più della grande città che le cime dei campanili aguzzi librantisi sulla nebbia rosata, accese dal sole nascente.

Alle sei attraversiamo Gattschina, una cittadina dall’aria nuova, pulita, assestata, silenziosa; pare fatta “per ordine„ e su misura, tanto ci appare simmetrica. Intravvediamo il famoso castello, residenza preferita dell’Imperatrice-madre; intorno si aggruppano edifici dall’aspetto di caserma, come per fargli la guardia.

Andiamo di buon passo profittando del tempo sereno e della strada buona. Ma ecco verso le dieci levarsi un vento di ponente, il vento che ci perseguita dal giorno in cui varcammo a Kiakhta il confine russo. Sorgono dall’orizzonte folte e nere nubi: infiliamo gl’impermeabili in previsione della pioggia, che non si lascia attender troppo e cade torrenziale accompagnandoci, con maggiore o minore costanza, per tutto il giorno. Dobbiamo rallentare per il fango, ed anche perchè l’acqua, nei periodi della sua maggiore violenza, battendoci sul viso ci provoca un vero dolore, come se cadesse grandine sulla nostra pelle: effetto delle velocità combinate del vento e dell’automobile.

Siamo improvvisamente fermati da un incidente: la molla posteriore destra si spezza. La colpa è stata un po’ dell’acciaio