Pagina:Barzini - Sui monti, nel cielo e nel mare. La guerra d'Italia (gennaio-giugno 1916), 1917.djvu/39

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il trionfo della trincea 29

nascondono e riparano, sprofondano e coprono; con l’uso del cemento, dell’acciaio, con l’adozione di ogni sorta di blindaggio, acquistano gradualmente una resistenza sempre più adeguata al pericolo. La loro continuità, attraverso intere regioni, disperde il tiro avversario e lo svaluta; esse non offrono più alle artiglierie nemiche degli obbiettivi precisi e vitali, come erano le fortezze; cento colpi di grossi cannoni annientano un forte corazzato e mille colpi possono non danneggiare sensibilmente delle posizioni trincerate che corrono per monti e per valli, e sulle quali il fuoco si dissemina. È chiaro che nei periodi di immobilità, di stasi, di organizzazione, quando i bollettini non parlano che di duelli di artiglieria, gli eserciti che si fronteggiano trincerati si trovano a parità assoluta di condizioni: ognuno è rannicchiato nella sua corazza. Ma questa corazza disgraziatamente non si può spostare; per agire bisogna lasciarla ; per attaccare bisogna uscirne.

Chi avanza deve scoprirsi. Poi, rapidamente, dopo l’attacco la corazza si riformerà più avanti, tutto l’armamento dell’assalitore si porterà sulla nuova linea conquistata; ma per un breve periodo l’azione è affidata all’uomo, e solo all’uomo. Si facciano pure preparazioni lunghe, accurate, con bombardamenti infernali e precisi, il momento arriva pur sempre in cui la massa che attacca deve farsi avanti senza