Pagina:Barzini - Una porta d'Italia col Tedesco per portiere, Caddeo, Milano, 1922.djvu/43

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in coro i canti dell’Impero e l’inno di Andrea Hofer. Noi li abbiamo uditi. Non vi sono ispettori italiani che sorveglino questa strana istruzione impartita in una provincia del Regno. Anche l’ispettorato è tedesco. Noi siamo buoni. Si lascia così che sotto al nostro dominio ci si forgino nemici anche con i figli della nostra stessa razza. Giorni or sono i maestri tedeschi dell’Alto Adige (fra i quali sono più di cento stranieri, austriaci d’oltre Brennero) riuniti a congresso a Bolzano hanno all’unanimità rifiutato d’inviare al capo dello Stato il rituale telegramma di omaggio, dimenticando che sono maestri in Italia, e questa ingiuria è sembrata nell’ordine naturale delle cose.

C’è un’Italia? Il potere diretto ed effettivo non appare forse esercitato dagli uomini del vecchio regime? Non sono alcuni di loro di quei pangermanisti che nella primavera del 1918 risolvettero i confini dell’Austria fossero avanzati oltre le valli superiori dell’Adda e dell’Oglio, oltre le rive meridionali del Garda, oltre l’Altipiano dei Sette Comuni, fino alla pianura veneta? Non sono gli stessi che per consolidare la vittoria aspettata progettarono l’esilio degli irredentisti trentini, la confisca dei loro beni, la nomina di un vescovo austriaco a Trento, l’insegnamento obbligatorio del tedesco nelle province italiane, vecchie e nuove?...

L’Austria aveva conferito al Tirolo tedesco una funzione di penetrazione e di lotta, un compito di germanizzazione: tutto vi è stato organizzato per