Pagina:Bellamy - L'avvenire, 1891.djvu/9

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Al tempo di cui scrivo, e cioè nella fine del secolo decimonono, i governi in generale avevano completamente abbandonato il tentativo di aggiustare quest’affare.

Per dare al lettore un’idea generale del come vivevano gli uomini allora, e specialmente quali erano i rapporti fra ricchi e poveri, non potrei trovare miglior paragone di quello d’un omnibus gigantesco al quale era attaccata la gran massa del popolo, per trascinarlo su d’una via montagnosa. Il cocchiere era la fame, che non sopportava nessuna fermata, benchè naturalmente andasse a passo assai lento. Malgrado le difficoltà per mantenere l’omnibus in cammino sulla via disuguale, sull’imperiale dello stesso v’erano dei passeggieri che non scendevano neppure alle salite più ripide.

Questi posti in alto erano ariosi e comodi, riparati dalla polvere, e di là, si poteva a scelta godere della vista o discutere sulla bontà della muta.

Naturalmente questi posti erano ricercati, e ognuno considerava come il maggiore scopo della vita l’assicurarsene uno in alto sulla vettura, per cederlo poi a suo figlio.

Vi era un regolamento in forza del quale si poteva cedere il proprio posto; ma d’altra parte accadevano anche molte disgrazie, per cui si poteva perderlo.

I sedili erano bensì comodissimi, ma poco sicuri, e ad ogni scossa della vettura, alcuni passeggieri cadevano a terra ed allora dovevano attaccarsi alla corda per aiutare a tirar l’omnibus sul quale erano prima così ben seduti.

La perdita del posto era considerata naturalmente come una grave disgrazia, e il timore che ciò potesse accadere a sè o ad un amico, era una nube costante che offuscava la felicità dei passeggieri.

«Ma, pensavano soltanto per loro?» si chiederà, «Non furono indotti a procacciarsi quella fortuna, paragonandola con la sorte dei loro fratelli e sorelle attaccati all’omnibus e convinti che la fatica di quei poveretti era aumentata dal loro peso?»

«Non avevano un po’ di pietà per i loro simili dai quali differenziavano soltanto per la fortuna?»