Pagina:Boccaccio - Decameron I.djvu/228

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224 giornata terza

non so come Domenedio mi si concederá che io possa comportare la ’ngiuria e lo ’nganno che fatto m’hai; non voglio gridar qui, dove la mia simplicitá e soperchia gelosia mi condusse, ma di questo vivi sicuro, che io non sarò mai lieta se in un modo o in uno altro io non mi veggio vendicata di ciò che fatto m’hai; e per ciò lasciami, non mi tener piú: tu hai avuto ciò che disiderato hai ed ha mi straziata quanto t’è piaciuto; tempo è di lasciarmi; lasciami, io te ne priego. — Ricciardo, che conoscea l’animo suo ancora troppo turbato, s’avea posto in cuore di non lasciarla mai se la sua pace non riavesse; per che, cominciando con dolcissime parole a raumiliarla, tanto disse e tanto pregò e tanto scongiurò, che ella, vinta, con lui si paceficò, e di pari volontá di ciascuno gran pezza appresso in grandissimo diletto dimorarono insieme. E conoscendo allora la donna quanto piú saporiti fossero i basci dell’amante che quegli del marito, voltata la sua durezza in dolce amore verso Ricciardo, tenerissimamente da quel giorno innanzi l’amò, e savissimamente operando molte volte goderono del loro amore. Iddio faccia noi goder del nostro.

[VII]

Tedaldo, turbato con una sua donna, si parte di Firenze; tórnavi in forma di pellegrino dopo alcun tempo; parla con la donna e falla del suo error conoscente, e libera il marito di lei da morte, che lui gli era provato che aveva ucciso, e co’ fratelli il pacefica; e poi saviamente con la sua donna si gode.


Giá si taceva Fiammetta, lodata da tutti, quando la reina, per non perder tempo, prestamente ad Emilia commise il ragionare; la quale incominciò:

A me piace nella nostra cittá ritornare, donde alle due passate piacque di dipartirsi, e come un nostro cittadino la sua donna perduta racquistasse mostrarvi.

Fu adunque in Firenze un nobile giovane il cui nome fu Tedaldo degli Elisei, il quale d’una donna, monna Ermellina