Pagina:Boccaccio - Decameron I.djvu/268

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264 giornata terza

Guiglielmo e della Dama del vergiú, Filomena e Panfilo si diedono a giucare a scacchi: e cosí, chi una cosa e chi altra faccendo, fuggendosi il tempo, l’ora della cena appena aspettata sopravvenne; per che, messe le tavole dintorno alla bella fonte, quivi con grandissimo diletto cenaron la sera. Filostrato, per non uscir del cammin tenuto da quelle che reine avanti a lui erano state, come levate furon le tavole, cosí comandò che la Lauretta una danza prendesse e dicesse una canzone; la qual disse: — Signor mio, dell’altrui canzoni io non so, né delle mie alcuna n’ho alla mente che sia assai convenevole a cosí lieta brigata; se voi di quelle che io so volete, io ne dirò volentieri. — Alla quale il re disse: — Niuna tua cosa potrebbe essere altro che bella e piacevole, e per ciò, tale quale tu l’hai, cotale la di’. — La Lauretta allora, con voce assai soave, ma con maniera alquanto pietosa, rispondendo l’altre, cominciò cosí:

     Niuna sconsolata
da dolersi ha quant’io,
ch’invan sospiro, lassa! innamorata.
     Colui che move il cielo ed ogni stella
mi fece a suo diletto
vaga, leggiadra, graziosa e bella,
per dar qua giú ad ogni alto intelletto
alcun segno di quella
biltá che sempre a lui sta nel cospetto;
ed il mortal difetto
come mal conosciuta
non mi gradisce, anzi m’ha dispregiata.
     Giá fu chi m’ebbe cara, e volentieri
giovanetta mi prese
nelle sue braccia e dentro a’ suoi pensieri,
e de’ miei occhi tututto s’accese,
e ’l tempo, che leggeri
sen vola, tutto in vagheggiarmi spese:
ed io, come cortese,
di me il feci degno;
ma or ne son, dolente a me! privata.
     Femmisi innanzi poi presuntuoso