Pagina:Boccaccio - Decameron II.djvu/268

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262 giornata decima

intendo che vostro sia. — Il cavaliere si vergognò ed ingegnossi a suo potere di fargli o tutto o parte prendere: ma poi che invano si faticava, avendo il nigromante dopo il terzo di tolto via il suo giardino e piacendogli di partirsi, l’accomandò a Dio; e spento del cuore il concupiscibile amore, verso la donna acceso d’onesta caritá si rimase. Che direm qui, amorevoli donne? Preporremo la quasi morta donna ed il giá rattiepidito amore per la spossata speranza a questa liberalitá di messere Ansaldo, piú ferventemente che mai amando ancora e quasi da piú speranza acceso e nelle sue mani tenente la preda tanto seguita? Sciocca cosa mi parrebbe a dover creder che quella liberalitá a questa compararsi potesse.

[VI]

Il re Carlo vecchio vittorioso, d’una giovanetta innamoratosi, vergognandosi del suo folle pensiero, lei ed una sua sorella onorevolmente marita.


Chi potrebbe pienamente raccontare i vari ragionamenti tra le donne stati, qual maggior liberalitá usasse, o Gilberto o messere Ansaldo o il nigromante, intorno a’ fatti di madonna Dianora? Troppo sarebbe lungo. Ma poi che il re alquanto disputare ebbe conceduto, alla Fiammetta guardando, comandò che novellando traesse lor di quistione; la quale, niuno indugio preso, incominciò:

Splendide donne, io fui sempre in oppinione che nelle brigate come la nostra è, si dovesse sì largamente ragionare, che la troppa strettezza della ’ntenzion delle cose dette non fosse altrui materia di disputare, il che molto piú si conviene nelle scuole tra gli studianti che tra noi, le quali appena alla rócca ed al fuso bastiamo. E per ciò io, che in animo alcuna cosa dubbiosa forse avea, veggendovi per le giá dette alla mischia, quella lascerò stare ed una ne dirò, non miga d’uomo di poco affare, ma d’un valoroso re raccontando quello che egli cavallerescamente operasse in nulla movendo per amore a far contra il suo onore.