Pagina:Boccaccio - Decameron II.djvu/339

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nota 333

rittura «figlio di battesimo» ossia figlioccio di messer Giovanni1. Queste ragioni accrebbero immensamente agli occhi dei dotti il valore della copia, ed appena dieci anni dopo la prima presentazione di L il Salviati giungeva ad asserire «che egli solo vale il rimaso di tutti gli altri insieme, anzi piú senza fine: intanto, che poco avremmo per piú sicuro l’originale stesso»2: parole non aliene dal gusto ormai secentisticamente incline all’enfasi ed all’amplificazione3.

Ma, prescindendo dagli asseriti suoi rapporti con la copia mannelliana, è da constatare come di esso l’autografo noi non siamo in grado di dir nulla. Facile stabilire che «fino dagli antichi tempi perí»; ma era per lo meno arrischiato affermare che si trovasse tra i libri boccacceschi lasciati per testamento a frate Martino da Signa, insieme coi quali sarebbe arso nell’incendio della chiesa di Santo Spirito (21-22 marzo 1471) o nel bruciamento delle vanitá ordinato dal Savonarola nel 14974. A buon conto, tralasciando quest’ultima men seria asserzione, è provato che l’incendio non danneggiò la biblioteca del convento, che rimase in essere sino al principio del Cinquecento, quando dunque studiosi ed editori del Dec. avrebbero avuto ogni agio di vedere e di

  1. L’errore cominciò col Cinelli, l’accreditò il Manni (Cronichette antiche di varj scrittori, Firenze, 1733, p. 9), lo fissò l’autore della prefazione alla stampa lucchese del 1761. Il Fanfani ebbe a far giustizia di queste fantasie nel Ragionamento premesso all’edizione del 1857 (p. xvi sgg.), dove produsse come inedito un doc. del 1427 fatto giá conoscere dal Passerini alcuni anni prima.
  2. Degli Avvertimenti della lingua sopra ’l Decamerone, Firenze, 1584, p. 7. Le Annotazioni dei cosí detti Deputati, ossia quasi esclusivamente del Borghini, avevan detto con piú prudenza qualche cosa di simile: «da lui solo si è ricevuto piú di lume e di utilitá, che da tutto il resto degli altri insieme» (p. 11).
  3. Delle quali è buon saggio in queste parole di G. Cinelli nella sua Toscana letterata, «parmi nondimeno, che quel del Mannelli sia come il Regolo di Policleto» (il passo fu riferito nella prefaz. alla stampa lucchese, p. x, n. 1); l’espressione piacque al Manni, che la fece propria (Cron. ant., p. 10). Il medesimo Manni tornò a parlare di L qualche anno dopo, mettendo in evidenza che il Mannelli fu «non giá il primo» a copiare il Dec. ma quegli a cui toccò la sorte «di perpetuare per la lunghezza di quattro secoli fin qui la sua Copia» (Istoria del Dec., Firenze, 1742, p. 629). Ch’egli la considerasse fedelissima, e che tale la proclamassero gli editori del 1761 (p. 1), e scrupolosa il Baldelli (Vita di G. Bocc., Firenze, 1806, p. 294), non dovrá sorprendere: visto che ai giorni nostri l’Hauvette poteva parlare a sua volta di «scrupolo quasi religioso» (Giorn. stor., XXI, p. 408, n. 1).
  4. Prefaz. alla stampa lucchese, pp. I, xi-xii. Mera fantasia è ciò che scrisse il Cinelli: «Un altro Codice di mano dell’Autore, per quanto si dice, è nella Libreria del Granduca».