Pagina:Boccaccio - Decameron di Giovanni Boccaccio corretto ed illustrato con note. Tomo 5, 1828.djvu/171

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danza: chè per certo io non sono venuto per nuocerti, ma per trarti di questo luogo, se fede intera presterai alle mie parole. Il che udendo io, e tornandomi nella memoria quello che negli uomini possono gli spiriti, mi rendero la sicurtà partita, e verso lui alzando il viso, il pregai umilemente che di trarmene s’avacciasse prima che altro pericolo ne sopravvenisse: ed egli allora disse: io non aspetto altro a dover far quello che domandi, che tempo: perciocchè tu dei sapere, che quantunque l’entrare di questo luogo sia apertissimo a chi vuole entrarci con lascivia e con mattezza, egli non è così agevole il riuscirne, ma è faticoso, e conviensi fare e con senno e con fortezza, le quali aver non si possono senza l’aiuto di colui che l’aiutò, col voler del quale egli era quivi venuto. Allora mi parve che io dicessi: poichè tempo n’è prestato di ragionare, nè sì subita può essere la nostra partita, se grave non ti fosse, volentieri d’alcune cose ti domanderei. A che esso benignamente rispose: sicuramente ciò che ti piace domanda, infino a tanto ch’io verrò a te domandare d’alcune cose, e alcune dirtene intorno a quelle. Io allora con voce assai esperta dissi: due cose con pari desiderio mi stimolano, ciascuna ch’io prima di lei domandi, e perciò in somma domanderò d’amendue, e priegoti che ti piaccia di dirmi che luogo questo sia, e se a te per abitazione è stato dato, o se per sè stesso alcuno che c’entri ne può mai uscire, e appresso mi facci chiaro chi colui sia, col piacer del quale qui venisti ad atarmi. Alle quali parole esso rispose: questo luogo è da varii variamente chiamato, e ciascuno il chiama bene: alcuni il chiamano il Laberinto d’Amore,