Pagina:Boccaccio - Decameron di Giovanni Boccaccio corretto ed illustrato con note. Tomo 5, 1828.djvu/208

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nare avendo appresa, non partendosi dal loro universal costume, in guisa d’una mansueta e semplice colomba entrò nelle case mie; e acciocchè io ogni particolarità raccontando non vada, ella non vide prima tempo all’occulte insidie, e forse lungamente serbate, poter discoprire, ch’ella di colomba subitamente divenne serpente: di che io m’avvidi la mia mansuetudine, troppo rimessamente usata, essere d’ogni mio male certissima cagione. Io dirò il vero, io tentai alquanto di voler por freno a questo indomito animale; ma perduta era ogni fatica, già tanto s’era il mal radicato, che più tosto sostenere che medicar si potea. Perchè avveggendomi che ogni cosa che intorno a ciò io facea non era altro che aggiugnere legne al fuoco, o olio gittare sopra le fiamme, piegai le spalle, nella fortuna e in Dio me e le mie cose rimettendo. Costei adunque con romori e con minacce e con battere alcuna volta la mia famiglia, corsa la casa mia per sua, e in quella fiera tiranna divenuta, quantunque assai leggier dote recata v’avesse, come io non pienamente a sua guisa alcuna cosa fatta o non fatta avessi; soprabbondante nel parlare e magnifica dimostrantesi, come se io stato fossi da Capalle, ed ella della casa di Soave, così la nobiltà e la magnificenzia de’ suoi m’incominciò a rimproverare, quasi come se a me non fosse noto chi essi furono o sieno pure ora al presente; bench’io sia certissimo che essa niuna cosa ne sa, altro ch’essa, come vana, credo che spesso vada gli scudi che per le chiese sono appiccati annoverando, e dalla vecchiezza di quelli e dalla quantità argomenta sè essere nobile, poi tanti cavalieri sono suti tra’ suoi passati, e ancor