Pagina:Boccaccio - Decameron di Giovanni Boccaccio corretto ed illustrato con note. Tomo 5, 1828.djvu/215

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chiesta della malvagia e perfida zenzara, turbatrice del riposo e del buono e del pacifico stato della lisciata donna: e avanti che a dormir si tornassono, convenia che morta o presa la presentassono davanti a colei, che lei diceva in suo dispetto andar sufolando, e appostando di guastare il suo bel viso amoroso. Che più? sopra tutte l’altre cose, a cui caluto non ne fosse, era da ridere, che averla veduta quando s’acconciava la testa, con quanta arte, con quanta diligenza, con quanta cautela ciò si facesse: in quello per certo pendevano le leggi e i profeti. Essa primieramente negli anni più giovani, quantunque più vicini a quaranta che a trenta fossono, posto che ella, forse non così buona abbachiera, li dicesse ventotto fatti, lasciamo star l’aprile e ’l maggio, ma il dicembre e il gennaio, di sei maniere d’erbette verdi, o d’altrettante di fiori, donde ch’ella se li avesse, apparecchiare, e di quelle certe sue ghirlanduzze composte, levata per tempissimo, e fatta la fante levare, poichè molto s’era il viso e la gola e ’l collo con diverse lavature strebbiata, e quelli vestimenti messi che più all’animo l’erano, a sedere postasi in alcuna parte della nostra camera, primieramente si mettea davanti un grande specchio, e talor due, acciocchè bene in quelli potesse di sè ogni parte vedere, e conoscere qual di loro men che vera la sua forma mostrasse: e quivi dall’una delle parti si faceva la fante stare, e dall’altra avea forse sei ampolluzze, e vetro sottile, e orochicco, e così fatte bazzicature. E poichè diligentemente fatta s’avea pettinare, ravvoltisi i capelli al capo, sopr’essi non so che viluppo di seta, il quale essa chiamava trecce, si poneva; e quel-