Pagina:Boccaccio - Decameron di Giovanni Boccaccio corretto ed illustrato con note. Tomo 5, 1828.djvu/249

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tù; e con quelle aver rubato e usurpato e occupato quello de’ loro vicini meno possenti, che è vizio spiacevole a Dio e al mondo, gli fece già ricchi; e dalle ricchezze insuperbiti, ardirono di far quello che già soleano i nobili fare, cioè di prender cavalleria: nel quale atto ad un’ora sè medesimi e i vaii e gli altri militori ornamenti vituperarono. Qual gloriosa cosa, qual degna di fama, quale autorevole udistù mai dire che per la repubblica, oppure per la privata, alcuno di loro adoperasse giammai? certo non niuna: fu adunque il principio della gentilezza di costoro forza e rapina e superbia, assai buone radici di così laudevole pianta. Di quegli che ora vivono è la vita tale, che l’esser morto è molto meglio: ma pure se stato ve ne fosse alcun valoroso, che fa quello a costei? così bene te ne puoi gloriar tu come ella, e qualunque altro si fosse. La gentilezza non si può lasciare per eredità, se non come la virtù le scenzie la santità e così fatte cose; ciascun conviene che la si procacci e acquistila chi aver la vuole. Ma che che stato si sia negli altri, dirizza un poco gli occhi in colei di cui parliamo, che così gentil cosa ti pare, o chi ella sia al presente, o nel preterito stata sia, riguarda. S’io non errai vivendo seco, e se bene quello che di lei poco innanzi ragionai raccogliesti, ella ha tanto di vizio in sè, che ella ne brutterebbe la corona imperiale. Che gentilezza ti può dunque da lei esser gittata al volto, o rimproverata non gentilezza? In verità, se non che parrebbe che io lusingarti volessi, assai leggiermente e con ragioni vere ti mostrerei, te molto essere più gentile che ella non è, quantunque degli scudi de’ tuoi passati non si veggano per le chiese appiccati: ma così ti vo’


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