Pagina:Boccaccio - Decameron di Giovanni Boccaccio corretto ed illustrato con note. Tomo 5, 1828.djvu/258

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volsi indietro a riguardare il luogo donde tratto mi avea, e parvemi non valle, ma un cosa profonda infino in inferno, oscura e piena di notte con dolorosi rammarichii. E avendomi detto, me esser libero, e poter di me fare a mio senno, tanto fu la letizia ch’io sentii, che vogliendomeli a’ piedi gittare e grazie renderli di tanto e tal beneficio, esso e ’l mio sonno ad una ora si partiro.

Risvegliato adunque e tutto di sudor bagnato trovandomi, non altramenti che sieno gli uomini faticati, o che se col vero corpo la montagna salita avessi che nel sogno mi parve salire, maravigliatomi forte, sopra le vedute cose cominciai a pensare; e mentre meco ad una ad una ripetendo l’andava, ed esaminando se possibile fosse così essere il vero, come mi pareva avere udito, assai ne credetti verissime, come che poi quelle, che per me allora conoscere non potei, da altrui poi informatomene, essere non meno vere che l’altre trovai. Per la qual cosa non altramenti che spirato da Dio, a dovere con effetto della misera valle uscire mi disposi: e veggendo già il sole esser levato sopra la terra, levatomi, agli amici, co’ quali nelle mie afflizioni consolar mi solea, andatomene, ogni cosa veduta e udita per ordine raccontai: li quali ottimamente esponendomi ogni particella del sogno, nella mia disposizione medesima tutti concorrere gli trovai: perchè sì per li loro conforti, e sì per lo conoscimento che in parte m’era tornato migliore, al tutto, al dipartir dal nefario amore della scellerata femmina, mi disposi. Alla quale disposizione fu la divina grazia sì favorevole, che infra pochi dì la perduta libertà racquistai; e come io mi soleva così sono mio: grazie