Pagina:Boccaccio - Fiammetta di Giovanni Boccaccio corretta sui testi a penna, 1829.djvu/117

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ogni parte della sposaresca casa di festa, io, acciò che non isdegnosa, ma urbana paressi, data alcuna volta in quelle, mi riponeva a sedere entrando in nuovi pensieri.

Egli mi ritornava a mente quanto solenne fosse stata quella festa, la quale a questa simile già per me s’era fatta, nella quale io semplice e libera senza alcuna malinconia lieta mi vidi onorare, e quelli tempi con questi altri misurando in me medesima, e oltremodo veggendoli variati, con sommo disio, se il luogo conceduto l’avesse, provocata era a lagrimare. Correvami ancora nell’animo con pensiero prontissimo, veggendo li giovini parimente e le donne far festa, quant’io già in simili luoghi, il mio Panfilo me mirando, con atti varii e maestrevoli a cotali cose, festeggiato avessi; e piú meco della cagione del far festa, che tolta m’era, che del non far festa medesimo mi doleva Quindi orecchie porgendo a’ motti, alle canzoni e alli suoni, ricordandomi de preteriti, sospirava, e con infinto piacere, disiderando la fine di cotale festa, meco medesima mal contenta con fatica passava. Nondimeno, riguardando ogni cosa, essendo intorno alle riposanti donne la multitudine de’ giovini a rimirarle sopravvenuti, manifestamente scorgea molti di quelli, o quasi tutti, in me rimirare alcuna volta e quale una cosa del mio aspetto, e quale un’altra fra sè tacito ragionava, ma non si, che de loro occulti parlari, o per imaginazione o per udita, non pervenissero gran parte alle mie orecchie. Alcuni l’uno verso l’altro dicevano: Deh, guarda quella giovine, alla cui bellezza nulla ne fu nella nostra città simigliante, e ora vedi quale ella è divenuta! Non miri tu come ella ne’ sembianti pare sbigottita, qua le