Pagina:Boccaccio - Fiammetta di Giovanni Boccaccio corretta sui testi a penna, 1829.djvu/136

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servante, non è nella mente infiammato dal cieco furore della non sana Venere, come io sono nè è colui che sè dispose ad abitare ne’ colli de’ monti, suggetto ad alcuno regno: non al vento del popolo non all’infido vulgo non alla pestilenziosa invidia, nè ancora al favore fragile di fortuna, al quale io troppo fidandomi, in mezzo l’acque per troppa sete perisco. Alle piccole cose si presta alta quiete, come che grandissimo fatto sia senza le grandi potere sostenere di vivere. Quegli che alle grandissime cose soprasta, o disidera soprastare, sèguita li vani onori delle trascorrenti ricchezze; e certo le piú volte alli falsi uomini piacciono gli alti nomi; ma quegli è libero da paura e da speranza, nè conosce il nero ’lividore dell’invidia divoratrice e mordente con dente iniquo, che abita le solitarie ville, nè sente gli odii varii, nè gli amori incurabili, nè li peccati de popoli mescolati alle cittadi, nè, come conscio, di tutti gli strepiti ha dottanza, nè gli è a cura il comporre fittizie parole, le quali lacci sono ad irretire gli uomini di pura fede: ma quell’altro, mentre sta eccelso, mai non è senza paura, e quello medesimo coltello, che arma il lato suo, teme.

Oh quanto buona cosa è a niuno resistere, e sopra la terra giacendo, pigliare li cibi sicuro! Rade volte, o non mai, entrano li peccati grandissimi nelle piccole case. Alla prima età niuna sollecitudine d’oro fu, nè niuna sacrata pietra fu arbitra a dividere i campi alli primi popoli. Essi con ardita nave non secavano il mare; solamente ciascuno si conoscea li liti suoi, nè li forti steccati, nè li profondi fossi, nè l’altissime mura con molte torri cignevano i lati delle città loro, nè le crudeli armi erano acconce nè trattate