Pagina:Boccaccio - Fiammetta di Giovanni Boccaccio corretta sui testi a penna, 1829.djvu/172

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A lui piace che io, abandonate queste, nuove regioni cerchi; e io, poichè suggetta gli sono, farò quello che gli piace, e al mio amore e al commesso male e all’offeso marito ad un’ora satisfarò degnamente; e se agli spiriti sciolti dalla corporal carcere e al nuovo mondo è alcuna libertà, senza alcuno indugio con lui mi ricongiugnerò, e dove il corpo mio esser non puote, l’anima vi starà in quella vece. Ecco, adunque morrò, e questa crudeltà, volendo l’aspre pene fuggire, si conviene di usare a me in me stessa, però che niuna altra mano potrebbe sì essere crudele, che degnamente quella che io ho meritata operasse. Prenderò adunque senza indugio la morte, la quale, ancora che oscurissima cosa sia a pensare, più graziosa l’aspetto che la dolente vita.

E poi che io ultimamente fui in questo proponimento diliberata, fra me cominciai a cercare quale dovesse de’ mille modi esser l’uno che mi togliesse di vita: e prima m’occorsero ne’ pensieri li ferri, a molti di quella stati cagione, tornandomi a mente la già detta Elissa partita di vita per quelli. Dopo questo mi si parò davanti la morte di Biblis e d’Amata, il modo delle quali s’offeriva a finire la mia vita; ma io, più tenera della mia fama che di me stessa, e temendo più il modo del morire che la morte, parendomi l’uno pieno d’infamia, e l’altro di crudeltà soperchia nel ragionare delle genti, mi fu cagione di schifare e l’uno e l’altro. Poi imaginai di voler fare sì come fecero li Saguntini o gli Abidei, gli uni tementi Annibale cartaginese e gli altri Filippo macedonico, li quali le loro cose e se medesimi alle fiamme commisero; ma veggendo in questo del caro marito, non colpevole ne’